C'è una persona che attraversa una stazione. Cammina, come milioni di altre volte, tra un caffè preso al volo e un treno da prendere. Sopra di lei, una telecamera. Dentro quella telecamera, ora, può abitare un algoritmo che misura la geometria del suo viso, la confronta con un archivio, decide se quel volto somiglia a un altro volto. Lei non lo sa. Continua a camminare.
È in questa scena ordinaria, in apparenza innocua, che si gioca il provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Il governo ha varato in esame preliminare due decreti legislativi che adeguano la normativa italiana al quadro europeo sull'intelligenza artificiale, l'AI Act.
Toccano molti settori (la scuola, il lavoro, la responsabilità civile per i danni provocati da una macchina) ma il cuore pulsante, quello che ha già acceso le prime polemiche, è un altro: come le forze dell'ordine potranno usare il riconoscimento facciale e i dati biometrici.
Il principio dichiarato è una frase che suona quasi come una promessa: l'algoritmo può aiutare, non decidere. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi lo ha ripetuto con la fermezza di chi vuole spegnere un incendio prima ancora che divampi. "Non sarà un Grande Fratello, decidono gli umani", ha assicurato, definendo l'intelligenza artificiale uno strumento di supporto che non sostituirà mai il ruolo e le decisioni delle persone.













