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Stefano Vicari

La storia di Samule (14 anni) e della sua fatica difficile da diagnosticare. Cosa possono fare la famiglia e la scuola

Samuele ha 13 anni e ha appena frequentato la terza media. È un ragazzo mite, affettuoso, disponibile. Non crea problemi, non si oppone, non disturba. Per anni, proprio per questo, la sua fatica è rimasta quasi invisibile. A scuola è sempre stato descritto come lento. «Deve esercitarsi di più», dicevano. «Gli serve più impegno». I genitori lo hanno seguito molto: compiti insieme, ripetizioni, schemi, interrogazioni provate la sera prima. Ogni risultato è stato conquistato con fatica.Samuele però non capisce perché per lui tutto richieda così tanto.«Io studio, ma poi mi sembra che le cose scappino via», mi racconta.Non ha una disabilità intellettiva evidente. Parla bene, è autonomo nelle attività quotidiane, sa stare con gli altri. Ma quando le richieste diventano più astratte, quando deve collegare informazioni, organizzare un ragionamento, comprendere un testo complesso, la fatica aumenta.Alle elementari riusciva a cavarsela. Alle medie il divario cresce. I compagni diventano più rapidi, imparano a studiare da soli, fanno inferenze, collegano argomenti. Samuele resta indietro. Non abbastanza da essere subito riconosciuto come un ragazzo con bisogni specifici. Ma abbastanza da sentirsi ogni giorno inadeguato.È questa la zona più difficile: essere sempre «quasi». Quasi autonomo, quasi al passo, quasi sufficiente. Mai abbastanza in difficoltà da attirare subito aiuto, mai abbastanza sicuro da farcela da solo.Con il tempo, Samuele inizia a ritirarsi. Prima smette di alzare la mano. Poi dice di non voler andare a scuola. Infine, comincia a ripetere una frase che preoccupa i genitori: «Tanto io sono stupido».