di
Stefano Vicari
La plusdotazione non è di per sé un disturbo, ma bisogna riconoscerla per offrire stimoli adeguati e accompagnare i bambini nella costruzione di competenze sociali
Leonardo ha dieci anni e frequenta la quinta elementare. Legge libri pensati per ragazzi molto più grandi, fa domande sullo spazio, sulla morte, sull’origine dei numeri. Quando qualcosa lo appassiona, può parlarne per ore. Gli adulti lo definiscono «un piccolo genio». Lui, però, non si sente così.«Io non voglio essere un genio. Voglio solo avere amici». A scuola impara rapidamente. Finisce gli esercizi prima degli altri, poi si annoia. Corregge i compagni, interrompe l’insegnante, si irrita se una spiegazione gli sembra imprecisa. Non lo fa per arroganza. Nella sua mente, spesso, l’errore degli altri è quasi fisicamente difficile da tollerare. I compagni lo cercano quando serve aiuto nei compiti, ma meno quando si tratta di giocare. Lo considerano strano, troppo serio, troppo adulto in alcune cose e troppo fragile in altre.Questa è una delle difficoltà più frequenti nei bambini con plusdotazione, ovvero uno sviluppo disomogeneo. Leonardo ragiona su temi complessi, ma può andare in crisi se perde a un gioco. Comprende concetti astratti, ma fatica a tollerare la frustrazione. Ha un linguaggio molto ricco, ma non sempre sa stare nelle regole semplici del gruppo.






