«Non penso che in dieci anni sia cambiata l’incidenza di una malattia. I disturbi del neurosviluppo non sono infettivi. Ma è cambiato il modo in cui li definiamo. Oggi chiamiamo “autismo” delle cose che anni fa non avremmo definito così». Chiara Davico conosce bene il tema dell’aumento degli studenti con disabilità certificata perché è una neuropsichiatra infantile che al Regina Margherita coordina l’ambulatorio per i disturbi del neurosviluppo, che fa le diagnosi di autismo. È solo una questione di termini, quindi?«Dal 2013 i criteri per diagnosticare l’autismo sono cambiati moltissimo e si è allargato molto il campo. Adesso si parla di “disturbo dello spettro autistico” e questo include vari livelli di funzionamento, da quello molto basso di bambini che magari non parlano o non riescono a mangiare da soli, a quello molto più alto. Se pensiamo per esempio al fatto che Elon Musk ha una diagnosi di autismo, ci rendiamo conto di quanto si sia allargato il perimetro». È per questo che ogni anno cresce il numero di alunni a cui viene certificata una disabilità?«È uno dei motivi. Poi c’è un tema di de-stigmatizzazione. Un po’ di anni fa era più difficile accettare che il proprio figlio avesse delle difficoltà. Oggi invece sono i genitori stessi a cercare aiuto nel momento in cui notano che fa fatica. Ad esempio, sono aumentate molto le diagnosi di adhd, il disturbo dell’attenzione, che non si facevano molto in passato per una questione culturale». Tutti i bambini con certificazione hanno bisogno del sostegno?«Se ho una diagnosi è perché ho dei sintomi che impattano sul mio funzionamento. Quindi c’è un livello di sofferenza, di fatica. Questo è un criterio importante. Se sono iperattiva e disattenta ma sto bene e questo non mi crea problemi allora è una mia caratteristica che non impatta sul mio funzionamento. Ma se invece questo mi porta a isolarmi, non riuscire a instaurare delle amicizie o scappare dalla classe, allora è un altro discorso». Non si valuta più solo l’aspetto accademico, cioè la capacità di studiare?«No. L’apprendimento è importante ma ci sono anche disturbi che riguardano le relazioni con gli altri, la regolazione del proprio comportamento... Ecco perché ad esempio anche i plusdotati, come Elon Musk, possono aver bisogno del sostegno». Chi sono i plusdotati?«Bambini molto intelligenti. Tanti insegnanti consigliano di farli valutare, è un tema che sta emergendo negli ultimi tempi. Perché uno studente così magari si annoia in classe perché al secondo minuto ha già capito tutta la lezione, e a quel punto mette in atto comportamenti disfunzionali. Magari apprende benissimo ma scappa dalla classe o si picchia con i compagni». Questi disturbi sono genetici?«Quelli del neurosviluppo (come autismo, disabilità intellettiva, adhd) hanno una forte componente genetica. Quando facciamo le diagnosi spesso anche i genitori rivedono aspetti della loro vita e ci confessano di aver fatto fatica a scuola». Un sommerso incredibile.«Ce la si faceva lo stesso anche senza le diagnosi e senza il sostegno, ma allo stesso tempo magari una persona che faticava a studiare andava a lavorare dopo la terza media senza farsi troppi problemi. Adesso invece ci sono aspettative sociali rispetto al fatto che tutti devono poter andare avanti nello studio. L’insegnamento sta andando sempre più nella direzione di essere a misura di ogni bambino, ciascuno deve capire qual è il suo modo di apprendere. Fa parte del diritto allo studio». L’insegnante di sostegno può cambiare la vita di questi studenti?«Se è competente e capace a livello umano sì. D’altronde in Italia abbiamo scelto un’istruzione inclusiva, non abbiamo le classi o le scuole speciali come in altri Paesi. E per far sì che un ragazzo con disabilità possa stare in classe con gli altri, e stare bene, ci vuole qualcuno che lo supporti».