di
Stefano Vicari
Le forme di autismo senza disabilità intellettiva sono difficili da riconoscere, soprattutto nelle ragazze. «Riconoscere la neurodivergenza significa riconoscere il diritto a essere compresi» spiega il neuropsichiatra
Giulia ha 17 anni, vive con la madre e il fratello minore e frequenta il quarto anno di liceo scientifico. È una studentessa brillante, precisa, affidabile. I professori la descrivono come «studentessa modello», i compagni come una ragazza riservata, che non dà fastidio e non cerca mai di mettersi al centro. Nessuno, però, immagina quanto le costi stare in mezzo agli altri.
Fin da bambina, Giulia ha avuto la sensazione di essere sempre fuori posto. Non perché non volesse stare con gli altri, ma perché non sapeva come farlo. I giochi di gruppo la mettevano in difficoltà, le conversazioni le sembravano caotiche, imprevedibili, difficili da seguire. «Era come se tutti sapessero cosa fare, tranne me», racconta. Crescendo, ha imparato a osservare. A studiare gli altri come si studia una lingua straniera. Quando ridere, quando annuire, quando intervenire. Ma nulla è mai diventato spontaneo. «Devo pensare ogni volta a come fare. Non mi viene naturale».






