Roberta ha quattro anni quando nasce il suo fratellino. Quando Giorgio viene al mondo, la mamma è attenta, contenta, ma soprattutto è esausta. Quando arrivano a casa, Roberta lo sbircia, lo annusa, dopo un po’ lo prende in braccio. Giorgio dove sei? Chi sei? Non è mai stato «come gli altri». Anche quando doveva attaccarsi avidamente al seno, era molle. Era lontano, distaccato. Si può definire un neonato distaccato? Oggi esistono mille sfumature di «diversità» e tutte, soprattutto negli ultimi anni, sono oggetto di attenzione (viva sempre la scuola pubblica, le maestre, le professoresse e scusate il femminile universale che è, sempre e comunque, inclusivo per definizione), una volta non si parlava di spettro autistico (lì ci è voluto Forrest Gump). Una volta, Giorgio era solo «ritardato». Ma non troppo. Non troppo, signora. Ripeteva la neuropsichiatra infantile, quella suggerita dalla pediatra di base. Non troppo, mamma e papà. E tu Roberta? Tu stai tranquilla. Ci pensiamo noi a tuo fratello. Tu Roberta sei brava a scuola e sei piena di amici. Entri ed esci. E quando entri, però, lo vedi Giorgio. Che si fa grande, che non gli parla nessuno, che lo sfottono tutti. Lui che non riesce ad andare a scuola perché è ossessionato dalle pieghe delle lenzuola… Mamma! Roberta tu pensa a fare la tua strada, che a Giorgio lo guardiamo noi. Io e papà. E poi arrivano i 16 anni, i ragazzi, il tennis. E, d’estate, i villaggi turistici. Roberta vive.