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Stefano Vicari

La disforia di genere in adolescenza può avere diverse rappresentazioni. Centrale è garantire un ambiente sicuro, rispettoso, non umiliante. La prima cura, in questi casi, è non rompere il legame

Nicolò ha tredici anni e frequenta la seconda media in una piccola città di provincia a pochi chilometri da Roma. Sul registro elettronico, però, Nicolò non esiste. C’è un altro nome, quello scelto dai genitori alla nascita, un nome femminile che per anni nessuno ha messo in discussione. Lo leggono gli insegnanti all’appello, lo usano i compagni, compare sulle verifiche, sulle autorizzazioni, sulle comunicazioni alla famiglia.Da qualche mese, però, Nicolò chiede a due compagne di chiamarlo così. Non davanti a tutti. Non ancora. Solo quando sono tra loro, in corridoio, in chat, all’uscita da scuola. Ogni volta che sente quel nome prova una specie di sollievo. Non è una soluzione. Non cancella la paura. Ma per qualche minuto gli sembra di respirare meglio.

A casa non ne parla. O meglio, ci prova, ma le parole restano ferme prima di uscire. La madre si accorge che qualcosa è cambiato. Nicolò non vuole più mettere certi vestiti, evita le foto, sceglie felpe larghe anche quando fa caldo. Quando lei gli dice che ormai sta diventando una signorina, lui abbassa lo sguardo e cambia stanza. Quella parola, signorina, gli fa male.Non sa spiegare bene da quando abbia cominciato a sentirsi così. Sa solo che, con l’arrivo della pubertà, tutto è diventato più evidente. Il corpo cambia, gli altri lo notano, gli adulti commentano. Le compagne parlano di reggiseni, ciclo, costumi da bagno. Le zie gli dicono che sta crescendo. La madre lo guarda con tenerezza, ma quella tenerezza a Nicolò sembra rivolta a qualcuno che lui non riesce più a essere.