di

Chiara Bidoli

«Tendiamo a medicalizzare troppo ciò che è soltanto diverso, oppure banalizziamo ciò che invece fa soffrire», spiega il neuropsichiatra Vicari. Come capire se c'è (davvero) un problema

Si ha la sensazione che il proprio figlio ragioni in modo diverso dai coetanei? Che il suo modo di comunicare o di apprendere non segua percorsi lineari, ma strade alternative? O che si trovi particolarmente a disagio in situazioni che la maggioranza delle persone affronta con apparente serenità? In una società che tende a riconoscere poco le sfumature, ciò che si discosta dalla norma viene spesso letto troppo in fretta come un problema da correggere. Ma non sempre è così. «Un funzionamento diverso da quello più comune, se riconosciuto, compreso e accompagnato, può rappresentare anche una risorsa», spiega Stefano Vicari, primario di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza al Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Siamo portati a pensare che esista un solo modo giusto di essere intelligenti: razionale, rapido, ordinato, aderente alle richieste della vita quotidiana. Dovremmo invece ricordare che la norma è prima di tutto un concetto statistico e che la variabilità è una caratteristica fondamentale della nostra specie», dice l’esperto. La neurodivergenza comprende un insieme ampio di condizioni e modalità di funzionamento, come l’autismo, l’Adhd, la dislessia e altre forme di sviluppo neurologico atipico. Di fronte a queste differenze, il primo passo è cambiare sguardo. Non per negare le difficoltà, ma per evitare due errori opposti: trasformare ogni diversità in malattia oppure, al contrario, minimizzare fatiche reali.