Ma come? Non doveva essere la mafia, quella a mettere le mani sul Ponte sullo Stretto di Messina, l’opera pubblica più discussa al mondo? Non doveva essere la ’ndrangheta a fare affari d’oro? Non era, questo Ponte dei miracoli, l’incontro tra due cosche, anziché due coste come dice l’abusatissimo calembour che da anni si recita nella retorica antimafia?
Ed invece, eccoci qui. Quale mafia, quali trame nell’ombra, quali appalti pilotati. Siamo alla solita pulciosa storia di corruzione all’italiana, di sussurri e ammiccamenti, incarichi promessi, telefonate e intercettazioni.
La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sul Ponte sullo Stretto. Tre gli indagati: l’imprenditore calabrese Vincenzo Virguglio, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele e l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, ex commissario della Lega in Calabria e uomo politicamente vicinissimo a Matteo Salvini. Secondo l’accusa, Miele avrebbe ricevuto utilità e prospettive di incarichi dagli altri due indagati per favorire il percorso amministrativo dell’opera.
Naturalmente siamo ancora nella fase delle indagini. Vale la presunzione di innocenza e saranno i giudici a stabilire se quelle ipotesi reggeranno oppure no. Ma la vicenda racconta qualcosa di interessante, forse persino più interessante dell’inchiesta stessa.












