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Ultimo aggiornamento: 8:01
Con l’avvento del Ponte sullo Stretto di Messina fioccano allarmi da ogni parte, ma c’è una istituzione che ostenta una sfacciata indifferenza: la Commissione parlamentare antimafia guidata dalla on. Chiara Colosimo. Proprio lei, l’apostola del rapporto “mafia-appalti” come causale della accelerazione della strage di Via D’Amelio, davanti alla più gigantesca riproposizione del medesimo pericolo dai tempi del “sacco di Palermo” e del terremoto in Irpinia, cosa fa? Niente!
Non è bastato che il Presidente della Repubblica in persona intervenisse per sollecitare un ripensamento governativo sulla modifica al sistema dei controlli antimafia in origine prevista dal decreto “infrastrutture” fortemente voluto dal vice premier Matteo Salvini (a parte qualche timido segnale, ndr). Non è bastato che il capo centro DIA di Catanzaro, Beniamino Fazio, invitasse caldamente a togliersi dalla testa di poter costruire il ponte “tranquillamente”, immaginando cioè che la ‘ndrangheta non provi a “metterci lo zampino”, avvertendo inoltre che gli interessi della ‘ndrangheta sullo stretto di Messina sono radicati ed altolocati.
Non è bastato che il presidente dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac), Giuseppe Busia, intervenendo il 9 giugno, in audizione alle Commissione congiunte Trasporti ed Ambiente della Camera dei Deputati, a proposito della legge di conversione del dl Infrastrutture, paventasse il rischio di conflitto con le autorità europee, le quali pretendono (udite! Udite!) che a fronte di un’opera pubblica di queste dimensioni, il governo rediga un progetto esecutivo chiaro che definisca l’entità della spesa pubblica preventivata. Non c’è! Ha denunciato il presidente Busia e quindi non si capisce nemmeno come potrà essere governato il delicatissimo tema delle “varianti in corso d’opera”, col rischio fondato che i costi per la collettività esplodano. Peraltro sul medesimo punto grandi e gravi sono le perplessità universalmente manifestate in relazione allo strumento previsto e cioè il “Collegio consultivo tecnico”, un organismo negoziale composto di volta in volta dalle contro parti (Stato committente e EuroLink costruttore) e formato da professionisti pagati con parcelle calcolate sul valore dell’opera stessa (pudicamente il decreto Infrastrutture si è premurato almeno di calmierare queste percentuali, che però su un’opera che vale in partenza oltre 13 miliardi di euro, sono cifre con cui “sistemarsi a vita”, come scrivono Di Foggia e Grasso su Il Fatto).






