È trascorso quasi mezzo secolo (46 anni) dall’agguato mafioso che l’11 giugno 1980 uccise Peppe Valarioti, segretario della sezione comunista di Rosarno. Ma non è storia d’altri tempi, è storia del tempo che inizia con l’ingresso prepotente della ‘ndrangheta nei grandi affari pubblici e nella vita politica ed istituzionale del nostro Paese.

È ferita aperta, delitto impunito, perché l’inchiesta giudiziaria oscurò i fatti del durissimo scontro sociale e politico che lo causarono e cestinò la testimonianza del pentito Pino Scriva che, rivelando una confidenza fattagli da Giuseppe Pesce, indicò in Giuseppe Piromalli (il capo dei capi della ‘ndrangheta) il boss che spinse lo stesso, capo ‘ndrangheta di Rosarno, ad ordire l’assassinio. (Pesce e Piromalli infatti vennero assolti con formula piena dall’accusa di essere i mandanti dell’assassinio di Valarioti, ndr).

GIUSEPPE PIROMALLI era colui che aveva organizzato e presieduto tutti gli incontri nei quali uomini di governo o loro fiduciari sedevano accanto ai capi delle consorterie mafiose calabresi, con servitori infedeli dello Stato ed imprenditori affaristi per spartirsi i miliardi della costruzione del grande porto di Gioia Tauro, dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, del raddoppio ferroviario, della trasversale Rosarno-Gioiosa Jonica, della diga sul Metramo, della cava di Limbadi, del trasferimento degli abitati e delle grandi opere finanziate dal Pacchetto Colombo e dall’intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno.