Cinquant’anni non leniscono un dolore se non sono accompagnati da un senso compiuto di giustizia. E non può esserci giustizia se resistono zone d’ombra nella ricostruzione giudiziaria e storica dei fatti. Cinquant’anni fa a Genova le Brigate rosse assassinavano il magistrato Francesco Coco e gli uomini della sua scorta, il primo omicidio politico pianificato e rivendicato dai terroristi. Intervistato da Marco Menduni, il figlio Massimo esprime tutta la sua amarezza: “Mio padre è tra i morti senza giustizia”. Sembra incredibile ma decenni di inchieste giudiziarie e i racconti di una lunga schiera di pentiti non sono riusciti a dare un volto ai brigatisti che trucidarono Coco e gli agenti della scorta, Antioco Deiana e Giovanni Saponara. E ombre sono rimaste sul clima di quella Genova di metà anni Settanta. La richiesta è sempre la stessa: giustizia e verità. Come abbiamo sentito invocare per i fatti del G8, per Giulio Regeni, per Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia, Bologna e l’elenco potrebbe purtroppo continuare ancora a lungo nella tormentata e insanguinata storia dell’Italia del secondo dopoguerra, da Portella della Ginestra in poi. La pacificazione in questo Paese è una strada irta di ostacoli che quasi mai arriva al traguardo. Le ricostruzioni si infrangono in un gioco di specchi che rimanda costantemente ad altro. Verità storiche e dietrologie si intrecciano al punto da confondere lo sguardo d’insieme, picconare certezze, aprire sempre nuovi capitoli che porteranno inevitabilmente a un nulla di fatto. Le ferite aperte dagli anni di piombo si sono solo parzialmente rimarginate. Sul fronte dello stragismo di destrale zone d’ombra sono più numerose di quelle rischiarate da una verità accettata da tutti nonostante migliaia di udienze e milioni di pagine di atti giudiziari. E sul fronte del terrorismo di sinistra nemmeno la netta e indiscutibile vittoria dello Stato ha permesso di ottenere una ricostruzione dei fatti al riparo da dubbi e accuse. Ce lo ricorda Massimo Coco con il suo carico di mezzo secolo di dolore personale e una frase che è un atto di accusa impietoso: “Lo Stato chieda scusa per la morte di mio padre”.