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Andrea Galli

Massimo Coco, figlio del procuratore assassinato dalle Br a Genova: «Non mi arrenderò mai». Il suo avvocato, Valter Biscotti: «Ecco le nostre mosse». La Procura di Torino e lo stesso pool di investigatori dell’Arma

L’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, abruzzese di Penne, ucciso dai terroristi il 5 giugno 1975, lasciava tre figli. Il magistrato Francesco Coco, procuratore generale, sardo di Terralba, ucciso dai terroristi l’8 giugno 1976, quasi un anno esatto dopo, lasciava quattro figli. Gli uni, i D’Alfonso, al termine del processo in Corte d’Assise ad Alessandria con la sentenza pronunciata nel tardo pomeriggio di martedì 7 luglio hanno finalmente conosciuto, alla siderale distanza di 51 anni, il responsabile dell’omicidio avvenuto alla cascina Spiotta, nelle campagne dell’Alessandrino: ovvero Lauro Azzolini, 82 anni, già fra i vertici delle Brigate rosse, che durante le udienze si è auto-accusato del delitto.

E proprio partendo da questo verdetto, che ha stabilito una condanna di 6 anni per lo stesso Azzolini e la prescrizione per Renato Curcio (84 anni) e Mario Moretti (80 anni), ancor più apicali nell’organizzazione eversiva, riconosciuti di concorso anomalo nell’assassinio (colpevoli di un reato più grave rispetto ai piani iniziali), si potrebbe adesso esplorare un nuovo mistero della storia d’Italia. Proprio l’esecuzione del dottor Coco, ammazzato insieme ai due uomini della scorta (Antioco Deiana, anch’egli appuntato dei carabinieri, e il poliziotto Giovanni Saponara, brigadiere) in Salita Santa Brigida, a Genova. Così al Corriere uno dei figli, Massimo, 66 anni, docente al Conservatorio nonché apprezzato violinista e compositore, avviato alla musica proprio dal papà: «Non ho mai coltivato illusioni né lo farò adesso, ma appare evidente che la sentenza relativa all’omicidio dell’appuntato D’Alfonso possa far sì che io arrivi a conoscere, e sono trascorsi cinquant’anni, le identità dei responsabili».