Molti dei nostri lettori se li ricordano bene quegli anni terribili, gli anni Settanta e Ottanta. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio dei magistrati Girolamo Minervini e Francesco Coco, il commissario Luigi Calabresi, il giornalista Walter Tobagi, Indro Montanelli gambizzato, e tutti gli altri, mai dimenticati, perché le vittime del terrorismo rosso furono più di ottanta. Le stragi nere dell’Italicus, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna. Ma anche le cacce feroci. Virgilio e Stefano Mattei, bruciati vivi nella loro casa, perché missini, Stefano di anni ne aveva otto, e andava alle elementari con il grembiulino e il fioccone bianco. Benedetto Petrone, un ragazzo comunista che zoppicava per la poliomielite, inseguito e straziato a coltellate a Bari. E poi la violenza quotidiana, interi quartieri proibiti a rossi e neri, perché si rischiava il pestaggio e la coltellata. Le frasi pelose, né con lo Stato né con le Br, i «compagni che sbagliano», «uccidere i fascisti, o i compagni, non è reato».
Quegli anni del terrore sono finiti, respinti dalla rivolta civile, schiacciati da partiti in perenne lotta tra loro ma che lì seppero unirsi, isolati da voci responsabili che si levarono a destra e a sinistra. Una fra le altre: Luciano Lama a un’assemblea operaia difende dalla violenza anche i capi Fiat e viene sommerso dai fischi. Per tre volte alza la voce e ripete: anche i capi! prima che gli applausi zittiscano le urla.







