Ricordo una frase di Roberto Ruffilli, uomo mite e maestro di storia contemporanea, ucciso da un commando delle Brigate Rosse nella sua Forlì il 16 aprile 1988 perché considerato l’ispiratore di un moderno progetto di riforme istituzionali volto a rafforzare il ruolo dello Stato. Quando fu assassinato era senatore della Democrazia Cristiana e stretto collaboratore di Ciriaco De Mita da poco diventato Presidente del Consiglio. La frase di Ruffilli veniva fuori con i suoi collaboratori ogni volta che si parlava di riforme, soprattutto quelle economiche e sociali: “Sì, sì, è giusto farle perché interessano i cittadini, ma poi la decisione chi la prende, il Bambin Gesù?”. Dietro questa frase c’era la cifra del riformista vero che ha pagato con la vita la sua ambizione di contribuire a una modernizzazione solidale dell’Italia.
Prendiamo il tema del fisco di cui oggi tanto si discute. Il problema non è inventarsi la “colonna infame” da colpire, con questa o quella patrimoniale, ma come realizzare la redistribuzione dei redditi. Le riforme diventano tali se si capisce come si finanziano. Se no sono proclami demagogici o punti di luce nel buio, ma in ogni caso non accendono stabilmente la luce. La riforma giusta è quella che si pone il problema di come attuare un riequilibrio effettivo del sistema.Fare in modo, cioè, che l’evasione non sia più a livelli intollerabili, che la gente paghi tasse sopportabili e, soprattutto, che si sia in grado di tutelare i giovani assicurando loro una prospettiva seria di futuro. Si deve puntare a programmare tutti questi interventi con una logica almeno di tempo medio perché nessuna riforma vera la fai con un tratto di penna o puoi ritenere di averla fatta a vita, come dire per sempre. Prendiamo il tema della sanità. L’obiettivo è rimetterla in sesto per affrontare le nuove sfide avendo la consapevolezza che si tratta di un sistema che ha funzionato bene durante una lunga fase per il suo Paese e che ora bisogna fare fronte alla crescita dei bisogni. Proprio per questo l’approccio inclusivo deve essere di un percorso nuovo altrettanto lungo da realizzare insieme, esattamente come fu in passato, per determinare quel sistema sanitario nazionale che ha funzionato per così tanto tempo. Altrimenti, qualunque decisione verrà presa, non si riuscirà a costruire un nuovo sistema all’altezza dei problemi che sia in egual misura sostenibile e attuabile. È evidente che, se si comincia a cedere alle pressioni corporative di ogni tipo, si rimarrà sepolti dal carico di privilegi e vantaggi che ognuno non vuole perdere per sé. In questo Paese, è la pura verità, ogni corporazione ha fatto il nido dei suoi privilegi e non li vuole mollare. Tutti vanno persuasi che se fai così non salta solo il tuo nido, ma si distruggerà l’equilibrio dell’intero sistema e tutto si sfalda. Quelli che vogliono difendere le loro posizioni possono anche pensare in un primo momento di avere vinto, ma poi finiranno sommersi dal movimento del quadro generale e perderanno tutto. Siamo in un momento di grandi cambiamenti bellici, economici e di assetto geopolitico globale con tregue più o meno all’orizzonte. Tutte le corporazioni dovranno fare i conti con la realtà, riconoscerla per quello che è anche nel tanto di bene che esiste e ci si ostina a disconoscere. A partire dalla nuova occupazione di qualità in casa che è un fatto enorme accaduto, sempre puntualmente sottovalutato o svilito. Altrimenti le corporazioni ritorneranno a prefigurarsi un passato che era mitico ma solo nella loro testa e rispunta come sentimento fintamente consolatorio e/o di muro rispetto al cambiamento. In realtà quel passato mitico non esiste, almeno per come lo si racconta, e l’inevitabile confronto con la dura realtà da cui vuole scappare potrebbe risultare traumatizzante. È proprio il tumulto del mondo che obbliga tutti ad avere, viceversa, il massimo rispetto del proprio ruolo esercitandolo in modo costruttivo e a carte scoperte. Questo oggi serve all’Italia.








