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dalla nostra corrispondente Viviana Mazza

I tanti biglietti rimasti invenduti per i prezzi alti, le lunghe perquisizioni e le proteste: quante polemiche prima del Mondiale

New York «È un club esclusivo e tu non ne fai parte», direbbe il comico George Carlin, noto per la sua satira della cultura e politica americana. I prezzi astronomici per biglietti e i trasporti, le difficoltà con i visti, sia per le squadre che per i tifosi (e anche per un arbitro) hanno spento l’entusiasmo per un torneo che quest’anno avrebbe dovuto essere più inclusivo, con 48 squadre anzichè 32, e più condiviso, per la prima volta con tre Paesi ospiti, e che avrebbe dovuto cementare la popolarità del calcio maschile in America. Ma il Mondiale 2026 rischia di essere uno dei più controversi e caotici della storia e si è trasformato in una grande polemica sugli eccessi del capitalismo e sulla mancanza di sportività. Quasi 180mila biglietti sono ancora invenduti, nonostante il fatto che i prezzi sono scesi del 20% nell’ultimo mese, secondo un’inchiesta del Financial Times. Costano in media cinque volte di più che in Qatar nel 2022, e il quotidiano stima che la Fifa guadagnerà circa 3 miliardi di dollari in biglietti, il triplo di quattro anni fa. Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha difeso la scelta dicendo che siamo «nel mercato dell’intrattenimento più sviluppato del mondo e i prezzi devono riflettere il mercato». I più economici per la finale in New Jersey costano oltre 4000 dollari. La cosa più imbarazzante è che restano invenduti più 4.400 biglietti per la prima partita degli Stati Uniti contro il Paraguay (900 dollari i più economici, sul sito di rivendita SeatGeek: cifra assurda per un americano che allo stesso prezzo poteva andare a vedere la più popolare finale tra i Knicks e gli Spurs la settimana scorsa a San Antonio). Sono 16mila i biglietti invenduti per le partite dell’Iran, i meno cari in assoluto (138 dollari), ma dipende anche dalle difficoltà di ottenere visti e dalla tiepida risposta della comunità iraniana-americana per una squadra che per loro rappresenta il regime.