La vera preoccupazione è per il futuro dei lavoratoriRicevi le notizie di Quotidiano Nazionale su GoogleSeguici"Qui ho scoperto il valore del brand, ogni volta che mi è stato ripetuto ’tutto quello che ho lo devo al Monte’. Questa è la forza del brand più bello al mondo". Sono passate un paio di settimane, da quando Luigi Lovaglio pronunciava queste parole nell’aula magna dell’Università degli studi di Siena, durante un’affollata e applaudita lezione. Quel "brand più bello del mondo" sembra ora destinato a finire in archivio, nello stupore di una città che pure negli ultimi quindici anni ne aveva viste di ogni colore, sul versante Monte. Ma la botta questa volta è stata dura e la preoccupazione diffusa, se persino il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, è subito intervenuto chiedendo di "rispettare la storia plurisecolare della prima banca aperta al mondo e soprattutto la tutela dei posti di lavoro. Mps ha plasmato nei secoli l’identità della nostra comunità e negli ultimi anni è stato l’esempio di come si possa risanare una banca portando avanti un vero e proprio cambio di passo e di mentalità".

Già, negli ultimi anni. Perché in realtà l’ultimo quasi ventennio è stato un lento distacco della banca dalle sue radici: la sciagurata operazione Antonveneta datata 2007, la difesa della quota del 51 cento della Fondazione Mps (quindi degli enti locali) che ne ha prosciugato le casse e quasi provocato la scomparsa, l’allontanamento dei centri decisionali. Fino al ritrovato orgoglio della "preda che diventa cacciatore", con l’acquisizione di Mediobanca. E ora? "Il lavoro anche doloroso e difficile che ha consentito il rilancio di Mps non va disperso. La eventuale fusione con Bper va bene se si traduce in un rafforzamento della sua solidità. Né pregiudizi difensivi, né vani localismi", sintetizza Roberto Barzanti, che è stato primo cittadino di Siena e vicepresidente del Parlamento europeo. E anche un altro ex sindaco, Pierluigi Piccini, opta per la strada del realismo: "Bisogna avere l’onestà di dirlo, il nome è già stato staccato dal corpo e ridotto a strumento di una manovra che ha il suo centro altrove. Ci vuole il coraggio di lasciare il simbolo per salvare il reale, che è uno solo: lavoro e funzioni".