È improbabile che una nazionale di calcio asiatica vinca il Mondiale che inizia domani. Xi Jinping, grande appassionato, rifletterà amaramente su uno dei suoi obiettivi falliti, fare della Cina una superpotenza del football. Per sei settimane, sarà l’Atlantico al centro del mondo, Europa e Americhe. Da fine luglio, terminate le sfide, la realtà ristabilirà però le gerarchie e l’Asia si riprenderà la posizione che ormai ha conquistato, quella di pivot attorno al quale ruotano economia, commerci, diplomazia, sfide geopolitiche, scelte militari, prove di forza. La prima parte del 2026 ha certificato che è l’Asia il campo di confronto nel quale verranno stabiliti gli equilibri del futuro.

È un grande ritorno, ha ripreso quota il concetto di Eurasia, il supercontinente del quale l’Europa è la penisola ricca ma che ha il suo cuore e il suo sistema arterioso nella massa di terre che comprendono la Cina, la Russia, i sette Paesi i cui nomi terminano con «stan», l’Iran. Più di un secolo fa, uno dei padri fondatori delle teorie geopolitiche, Halford Mackinder, pose l’Eurasia al centro degli affari del pianeta: chi ne controlla il nucleo — sosteneva — domina il mondo. Il Novecento, secolo atlantico, aveva fatto impallidire questa teoria. Ora, ritorna prepotente. Di fondo, riconosce lo straordinario sviluppo economico dei Paesi asiatici che sono la parte più dinamica dell’economia mondiale. Al punto che da un po’ di tempo a questa parte, anche il linguaggio della geografia cambia: per esempio, Medio Oriente, termine che presuppone il pianeta visto dall’Europa, è sempre più sostituito da Asia Occidentale, segno che i punti di riferimento sono cambiati.