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L'ANALISI

di Giovanni Castellaneta

03 Giugno 2026, 16:48

Le recentissime visite a Pechino di Donald Trump e Vladimir Putin (ma anche del Primo ministro pakistano Shehbaz Sharif) hanno restituito un’immagine che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: la Cina come centro gravitazionale della politica internazionale. In pochi giorni, il leader cinese Xi Jinping si è trovato al tavolo con leader profondamente diversi tra loro, alcuni anche in aperto contrasto reciproco. Eppure tutti, per ragioni differenti, hanno scelto Pechino come luogo di confronto e hanno riconosciuto (più o meno esplicitamente) la rilevanza della Cina e di Xi come interlocutore primario a livello diplomatico. È questo forse il segnale geopolitico più rilevante del nostro tempo: la Cina non è soltanto una potenza economica o militare in ascesa, ma sta diventando il perno di un nuovo equilibrio globale. E lo sta facendo con una caratteristica che la distingue nettamente dagli Stati Uniti contemporanei: la “pazienza strategica”. Nella tradizione confuciana, l’armonia viene prima dello scontro diretto. Pechino, infatti, non sta mostrando alcuna fretta di proclamarsi “prima superpotenza mondiale”, perché ragiona secondo una visione di lungo periodo accuratamente costruita, un piano quinquennale dopo l’altro. Mentre Washington alterna fasi di interventismo aggressivo e ripiegamenti improvvisi, la leadership cinese continua a perseguire una strategia coerente: consolidare lentamente la propria influenza economica, diplomatica e culturale, lasciando che siano gli altri attori internazionali a riconoscerne progressivamente la centralità.