“I miei amici del governo a cominciare da Salvini (…) si sarebbero aspettati (…) una presa di distanza”. Così parlava l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, stando a un’intercettazione riportata nel decreto di perquisizione disposto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, per spiegare a un imprenditore anche lui indagato perché aveva evitato di partecipare a una manifestazione durante la quale i giornalisti gli avrebbero chiesto conto della decisione della magistratura contabile di stoppare il progetto dell’opera. Miele, accusato di aver passato informazioni riservate sull’orientamento degli altri membri della Camera di consiglio nella speranza di ottenere in cambio un trampolino verso la presidenza dell’Antitrust o incarichi di vertice in una società pubblica, assicurava di non essere “allineato a questi deficienti dei miei colleghi”. E il suo disallineamento è in effetti palese anche nel giudizio espresso proprio martedì dalle pagine del Sole 24 Ore sulla contestata riforma della Corte dei conti approvata in via definitiva lo scorso dicembre. Quella che tra il resto fissa un tetto del 30% al danno erariale contestabile in caso di colpa grave, limitando pesantemente i risarcimenti che potranno essere richiesti a chi ha sprecato risorse pubbliche.
Ponte Stretto: Miele prima dell'indagine difendeva la riforma della Corte dei Conti
L'ex magistrato indagato per corruzione aveva parlato al Sole 24 Ore a favore della riforma Corte dei Conti voluta dal governo











