Tutto sommato la storia di Liberato, che arriva in concerto allo stadio Maradona, è una bella e contraddittoria sintesi dei nostri tempi musicali. Che allo stadio di Napoli, così come in qualsiasi altro stadio del mondo, si esibisca un cantante di identità ignota, se ci pensate, è una rimarchevole assurdità. Non è la prima volta, va detto, ci sono stati casi clamorosi come quello dei Daft Punk, ma quella di Liberato è una storia tutta italiana e dura ormai da nove anni, con questo numero nove che ritorna spesso, a partire dal suo primo singolo del 2017, che si intitolava “Nove maggio”. Oramai un classico: «Nove maggio, m’è scurdat’, t’hann’ vist’ ca’ turnav insiem’ a n’ato», prima apparizione in assoluto del fantasma scuro. Da allora c’è stata una rincorsa di segni misteriosi, di allusioni, quasi sempre con un preciso riferimento alla tradizione classica della canzone napoletana. Nove anni dopo, e dopo tanti altri pezzi, se n’è uscito con un progetto ulteriormente spiazzante, intitolato “Radio Liberato”, di cui si è parlato molto in questi giorni, un mixtape folle con dentro un inedito Mahmood che canta in dialetto napoletano, Calcutta, voci di attori, cover, tanta roba addensata in un flusso di 45 minuti presentato per la prima volta con una formula altrettanto originale, ovvero come fosse l’incursione di una radio pirata all’interno di una programma di fascia su Radio2: e che il programma, guarda caso, fosse il mio, è stata una piacevolissima coincidenza, oltretutto, devo dire, molto divertente. Questo percorso ha generato una stranissima atmosfera intorno al progetto. Dopo i primi tempi, in cui ogni uscita era accompagnata da un forte impulso di curiosità, e dopo le prime performance pubbliche che scatenavano una sorta di caccia alla reale identità che si nascondeva dietro la maschera di Liberato, la curiosità si è allentata, placata, detto altrimenti in un certo senso a nessuno interessa più di tanto, esattamente come successe con i Daft Punk. Dunque, e questo è interessante, abbiamo accettato la forma anonima come parte essenziale e necessaria del progetto. Andando fino in fondo al ragionamento, potremmo dire che non vogliamo sapere chi è realmente, ci piace così, ci piace la poeticità implicita nel nascondere la persona reale. L’anonimato ci costringe a concentrarci su quello che vediamo e ascoltiamo, sulla performance, senza interferenze personali. Quindi non sia mai venisse fuori questo benedetto nome. Anche allo stadio, tutti attenti a non sbirciare più di tanto, augurandosi che non ci siano sbavature o errori tali da causare l’involontario svelamento. Caro Liberato, ora siamo noi a chiederti di continuare così. Non ti azzardare a dirci chi sei veramente.