Non sarà Radio Clash, ma al Maradona il segnale di Radio Liberato si capta forte e chiaro. L’eroe mascherato ha cambiato la maschera ed anche il look ed i colori, ed i suoi collaboratori-sosia pure. Al total black ha sostituito uno spezzato, il volto è coperto da qualcosa che ricorda le gorgiere degli schermidori, la giacca assomiglia a quella di un ussaro, il pantalone un po’ meno, per qualcuno è piuttosto uno stile da Tartarughe Ninja. Ma il cantante senza volto non richiama su di sè l’attenzione dei 45.000 nel suo «Viennarì» di festa, anzi li allontana dalla ricerca spasmodica della sua identità, con uno show son et lumière, dove luci, immagini e maxischermo contribuiscono a definire un’estetica postmodernissima e fieramente ibrida.

Napoli, stasera Liberato in concerto al Maradona: fan in fila da ore a FuorigrottaProprio come il sound, in cui un dialetto ridotto ai minimi termini e privo quanto più possibile di vocali (solo Geolier fa di meglio, o di peggio per i puristi), ma fortemente identitario, tiene insieme techno e tarantelle, richiami neomelodici e trip hop, canti a fronna e jungle, rap e «Tammurriata nera», urban e serenate, balletti e Roberto De Simone: tutti frammenti di un discorso amoroso interrotto dai/sui social. Le chitarre rock, la voce più in evidenza e senza troppi filtri, il light show in qualche modo postpsichedelico e neopixeledico, sono le novità dello spettacolo, dicono della sicurezza che il fantasma verace del palcoscenico sta conquistando. Magnificamente sorretto dalle due coriste-eccezione, dalla faccia (quasi) scoperta e di cui si conoscono persino i nomi: Sara Gioielli e Fabiana Martone. Inevitabile, dopo un’intro galvanizzante, l’incipit di «Guaglio’»: «Guardame ‘nfacc, ‘rinda all'uocchie». Anche se i suoi occhi sono ben coperti, contano quelli delle 45.000 anime che accendono la notte del fronte del palco, aprono ufficialmente l’estate dei concerti. Il filo rosso con il neapolitan power che fu e che continua lo riannoda subito «Turnà» che aggiorna un antico hit di Teresa De Sio riconoscendole un ruolo fondamentale in una scena che è stata, e resta, patriarcale. Il parterre, le tribune, le curve, tutti, insomma, saltano e ballano con «Tu me faje asci’ pazzo», «Anna», «Te voglio bene assaje», che ha l’adorabile faccia tosta di rubare - col massimo rispetto, si intende - il titolo a una delle canzoni napoletane - e italiane - più celebri di tutti i tempi. «Lucia - Stay with me» e «Tre» - storia di un triangolo complicato come tutti i triangoli - precedono l’apoteosi di «Nove maggio»: era il 9/5 del 2017 quando quel brano uscì, costringendoci ad accorgerci di quel ragazzo che non conoscevamo e che non conosciamo ancora, anche se per far vedere che abbiamo esaurito le ricerche e risolto il mistero diciamo tutti in coro che dietro la maschera si nasconde Gennaro Nocerino. Si riparte con «E te vengo a piglia’», «Oi’ Mari’» (e qui il riferimento alla canzone classica, ammesso e non concesso, finisce in salsa reggaeton), «Viennarì» che è la canzone di stanotte, venerdì 5 giugno, la notte del D10s che balla: che cori, che sorrisi, che sudate, che voglia che non finisca mai, che non si debba tornare a casa per sentir parlare di guerre, genocidi, politici che non fanno niente per far finire davvero guerre e genocidi... Un set acustico («Gaiola» e «Intostreet») rallenta il ritmo ma non raffredda cuori e muscoli, tanto ormai la traiettoria è scandita: «Me staje appennenn’ amo’», «We come from Napoli», «Partenope», «Si’ ttu», «Essa» (sempre sia lodata Maria Nazionale), «Nunn’a voglio ‘ncuntra’», «A fotografia», e poi, via, con quanto più fiato in gola, tutti insieme per «Tu t’è scurdato ‘e me» e «’O core nun tene padrone». No, il cuore non tiene padrone e nello stadio Liberato che si chiama come Diego Armando, tutti hanno una maglietta sua da usare come bandiera, come ricordo, come promessa, di eterna, profanissima, fede calcistica. E musicale. Radio Liberato prende bene, qui, in ogni senso.