Ci risiamo: con dispiacere osserviamo che l'Iran ha lanciato missili contro Israele, segnando in questo modo la prima escalation militare significativa da quando è stato stabilito un fragile “cessate il fuoco” all’inizio di aprile. Questo inasprimento delle tensioni, che arriva a oltrepassare il limite fissato dal “cessate il fuoco” fino al bombardamento, possiamo legarlo quale diretta risposta agli ultimi recenti attacchi aerei israeliani, portati a segno nei sobborghi meridionali di Beirut, intensificando in questo modo le preoccupazioni di un’intensificazione del conflitto con una sua ulteriore estensione nella regione.

Ricordiamo che l'attacco missilistico è stato lanciato domenica notte e ha fatto suonare le sirene d'allarme in tutto Israele mentre i dispositivi nazionali di contraerea si affrettavano a intercettare i colpi ancora in volo; un episodio che non solo evidenzia la volatilità della situazione in essere in quella regione ma solleva anche pessimistiche criticità sul futuro del “cessate il fuoco” e sulla stabilità più in generale in tutta l’area mediorientale.

Dalla prospettiva dell’osservatore occidentale, l'attacco missilistico iraniano assume carattere di un'escalation significativa delle ostilità. La risposta israeliana non si è fatta attendere e nonostante gli appelli del presidente Trump – che ha esortato Netanyahu a non reagire contro l’Iran – ha puntato ugualmente i suoi missili su posizioni strategiche all'interno dell’Iran, colpendo un importante impianto petrolchimico degli Ayatollah.