Se questo tempo della partita finisce qui, almeno per qualche giorno o settimana, il primo punto che emerge è questo. Per la prima volta l’Iran ha attaccato Israele in risposta non a raid su obiettivi iraniani, ma in un altro Paese, per quanto suo alleato, almeno nella componente sciita. Sul perché Mojtaba Khamenei abbia deciso questo passo, con tutti i rischi che comporta, ci sono due linee di interpretazione. L’analista Vali Nasr sottolinea l’importanza, per i Pasdaran, «di ristabilire la deterrenza». Con scarne ondate di missili, i Guardiani hanno voluto avvertire il nemico che sono ancora in grado di reagire e colpire. E che sono capaci di mantenere l’impegno a difendere il Libano. Questa lettura colloca l’azione iraniana nell’ambito di una risposta in una complessa partita a scacchi.
Ma c’è anche un’altra interpretazione. E che cioè sia stato l’Iran a voler riaccendere lo scontro. Israele aveva infatti legato lo stop ai raid su Beirut alla fine di quelli di Hezbollah sull’Alta Galilea ma i Pasdaran non hanno frenato il Partito di Dio in questo senso. L’idea che circola fra gli osservatori all’interno della comunità sciita libanese è che Teheran abbia attirato Benjamin Netanyahu in una trappola per saldare il fronte sul fiume Litani a quello sul Golfo. E in ciò appare un’ulteriore dimensione, interna agli equilibri di potere a Beirut. Con la sponda iraniana, il presidente del Parlamento Nabih Berri ha assunto un ruolo centrale nei negoziati. Parla con il collega Mohammed Bagher Ghalibaf da una parte, con Donald Trum dall’altra. L’obiettivo è ridurre i margini di manovra del presidente Joseph Aoun, che si è fatto garante con gli americani del disarmo di Hezbollah. Ma in Libano tutto è intricato. Aoun è stato protagonista, quando era a capo delle Forze armate, dell’annientamento delle cellule dell’Isis infiltrate nel Paese. Ma lo ha fatto con l’aiuto delle milizie sciite e della loro Intelligence. Alle ultime elezioni, nel 2022, Hezbollah ha avuto 335.466 voti, pari al 18,56 per cento. E subito dopo i suoi 13 parlamentari sono stati decisivi nella elezione di Aoun a capo dello Stato. Tutto questo viene fatto pesare da Berri. Le ultime dichiarazioni del presidente, “un patto di non aggressione con Israele” e non una “normalizzazione”, vanno in quel senso. Accettabile da Teheran.














