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Andrea Rinaldi

Il presidente Carlo Cimbri: «Se soggetti italiani uniscono le forze, anche questo Paese dimostra che è in grado di fare operazioni di mercato»

«Se grandi soggetti italiani uniscono le forze, anche questo Paese dimostra che è in grado di fare operazioni di mercato, che piacciono al mercato, secondo le regole del mercato e capaci di rendere più forte il sistema finanziario, facendo anche più felici gli azionisti. E questo non significa chiudersi all’Europa». Riecheggia, in questa chiosa di Carlo Cimbri sull’Opas su Mps, una pallida eco del consociativismo emiliano, quell’attitudine frutto di visione e sano pragmatismo capaci di unire le diversità a favore di un fine comune più alto. Così come è avvenuto con Intesa Sanpaolo. Un milieu in cui la sua Unipol è prosperata, dal civico 45 di via Stalingrado a Bologna, fino a diventare uno dei protagonisti da non sottovalutare della finanza italiana. «Se Intesa scende in campo non lo fa per giocare un’amichevole ma con la determinazione necessaria per vincere e questo è anche il nostro modo di fare», ha rimarcato ieri il presidente di Unipol. Tanto che le coop azioniste del big assicurativo hanno subito fatto sapere di aderire all’aumento di capitale da 2,5 miliardi al servizio dell’operazione: «Dopo 14 anni torneremo a chiedere al mercato un aumento di capitale perché quello che abbiamo in mente per il futuro potrà costituire un successo analogo a quello di Fondiaria Sai», ha precisato Cimbri, garantendo «agli azionisti che vorranno seguirci lo stesso dividendo percepito a valori di mercato dai nostri vecchi soci». Da 800 a 930 milioni. Senza contare per le coop un titolo quadruplicato dal 2012. Unipol, già socia al 29,9% di Bper, al termine della fusione di quest’ultima con Mps salirà al 40% della banca risultante grazie a due derivati e a un’operazione da 3,5 miliardi che vale il 10% della market cap di Bper. Ma al di là dei razionali finanziari, Cimbri promette una gestione rispettosa e senza traumi del personale nell’aggregazione.