La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio. Perché Nora si è stancata. Ha guardato meglio, sotto la cipria delle nobili creature. E quello che ha visto non le è piaciuto. Per niente. Un mezzo mostro, suo marito Torvald. Che la chiama incessantemente "allodola". Come si fa a non lasciare uno che ti chiama "allodola"? Poi certo, a far precipitare tutto è una questione di soldi. Di reputazione. Qualche parola di troppo. E Nora decide che è il momento di dire basta, abbandonando marito, figlioli e albero di Natale. Scelta complicata oggi, figurarsi all’epoca. Uno scandalo. Tanto che i critici (illuminati) urlarono "Femminismo!" al povero Ibsen. Dal 1879 però “Casa di bambola“ vive e lotta insieme a noi, grande classico che anticipa il Novecento e gira intorno a uno dei ruoli femminili più belli del teatro. Ma cosa è poi successo a Torvald? Si è ubriacato? Ha giocato alla playstation con qualche amica speciale? O magari si è spinto ai confini dell’autocritica? Per saperlo, meglio dare un’occhiata alla “Casa di bambola“ di Ivonne Capece, da stasera a domenica al Teatro Fontana.
Con la direttrice di via Boltraffio che ha qui lavorato sulla riscrittura di Mattia Favaro. Mentre sul palco sono Stefano Braschi, Massimo di Michele e Maria Laura Palmeri a dare vita a un sequel inquieto e politicissimo dove la famiglia pare assediata dalle fiamme. E il maschio abbandonato annaspa nell’incubo. Nella sua prima notte senza Nora. "Mi interessava interrogare quella soglia in cui la cura si trasforma in controllo, la protezione in dominio, l’amore in appropriazione – sottolinea Capece –. “Casa di bambola“ nasce come dramma borghese ma oggi si può leggere come testo politico. Le Nora del nostro tempo sono infatti le donne che scelgono di ridefinirsi fuori dai ruoli assegnati, che smettono di interpretare una funzione. I Torvald invece sono uomini posti davanti a questa trasformazione e costretti a ripensarsi. Il femminile è cambiato molto più rapidamente del maschile". La casa vuota. L’identità in frantumi.









