Prendono atto, non potendo certo dare libero sfogo alla delusione. Alla notizia della lauta offerta pubblica di acquisto e scambio di Intesa Sanpaolo sul Monte dei Paschi, dal ministero dell’Economia arriva una scarna nota con cui si precisa di essere stati informati e, a seguire, «si prende atto delle iniziative su Mps, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare». Il titolare del dicastero, il leghista Giancarlo Giorgetti, è ancora più laconico: «Chi paga di più…» dichiara a Repubblica. Appena più loquace Salvini: «Non c’è una posizione né del partito né del governo, non commento scelte che competono al libero mercato». Poi però si vanta dell’azione dell’esecutivo che ha portato le banche italiane «a fare degli utili che non hanno precedenti, da quando siamo al governo due sole hanno fatto 54 miliardi di utili».
Questa volta l’operazione è tutta made in Italy, visto l’accordo fra Intesa Sanpaolo e Unipol che avrà Mps (ma il marchio potrebbe sparire) e 635 filiali per integrarle con la controllata Bper. Secondo gli addetti ai lavori la strategia è quella di mettere in sicurezza la filiera costituita da Mps e a cascata da Mediobanca e da Generali. Un intervento stabilizzatore soprattutto per quanto riguarda gli equilibri dell’azionariato e della governance di Generali. Nessun golden power in vista quindi, come era accaduto quando era stata Unicredit a mettere nel mirino Mps.











