di
Enrico Marro
Il responsabile dell’Economia sul risiko bancario: «Decide il mercato». Misiani (Pd): la politica fissa le regole, il governo stia fuori
«Il Mef prende atto delle iniziative su Mps di cui è stato informato, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare». È stringata e laterale la nota con quale il ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti ha commentato ieri le operazioni lanciate in parallelo da Banca Intesa e Unipol da un lato e dal banco Bpm dall’altro sul Monte dei Paschi di Siena. Ma poi, più tardi, rispondendo a margine di un evento all’Opera di Roma a chi gli chiedeva un giudizio, ha sibilato: «Chi paga di più...», entrando così in medias res, per dire, in sostanza, che sarà il mercato a determinare il vincitore e, al momento, l’Opas lanciata dai due Carlo, Messina (Intesa) e Cimbri (Unipol), appare più vantaggiosa per gli azionisti di Mps rispetto alla proposta di Giuseppe Castagna (Bpm) di una fusione alla pari. E tra gli azionisti, va ricordato, c’è anche il Tesoro con un residuo 4,9%.
Il Mef, nella nota, rivendica il percorso di successo sotto la gestione dell’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio. Il manager, per la verità, era stato nominato nel febbraio del 2022, quindi sotto il governo Draghi, quando il Tesoro aveva circa il 64% del Monte. Ma durante l’esecutivo Meloni i rapporti si sono consolidati, soprattutto con la scalata a Mediobanca, lanciata con successo dallo stesso Lovaglio e guardata con favore dalla Lega (il partito di Giorgetti) che da tempo punta a un Terzo polo bancario accanto a Intesa e Unicredit.












