Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiDazi più alti e nuovi meccanismi per proteggere il settore siderurgico europeo dall’invasione dell’acciaio estero, e in particolare da quello cinese. Nella giornata del’8 giugno è dunque arrivato l’ok del Consiglio dell’Unione europea al nuovo Regolamento, che ha rivisto il precedente in maniera più restrittiva per gli importatori esteri. L’obiettivo è proteggere il settore siderurgico Ue dagli effetti negativi legati alla sovracapacità globale di produzione, il riferimento è soprattutto alla Cina, visto che nel 2025 c’è stato un vero e proprio boom delle importazioni di alcune categorie di acciaio verso l’Unione europea a causa dell’imposizione dei dazi da parte del Presidente degli Usa, Donald Trump. Donald Trump ha imposto i dazi anche alla Cina. Le conseguenze? Le importazioni di alcune categorie di acciaio nell'Ue sono cresciute di oltre il 1.000% rispetto al 2024, in particolare le barre e i tondini di acciaio inossidabile, con prezzi crollati dell'88%.

A metterlo nero su bianco è stato un recente report della Commissione che ha evidenziato come dall'inizio del 2025, anche per effetto dei dazi americani, le importazioni di alcune categorie di acciaio nell'Ue sono cresciute di oltre il 1.000% rispetto al 2024, in particolare le barre e i tondini di acciaio inossidabile, con prezzi crollati dell'88%. Questo ha spinto l’Ue a prendere delle contromisure anche perché l’acciaio è essenziale per le industrie delle tecnologie pulite, dei trasporti, dell’edilizia e delle infrastrutture energetiche dell’Ue: «Preservare un’industria siderurgica competitiva e tecnologicamente avanzata è pertanto cruciale per la sicurezza economica dell’Unione», si legge nel testo approvato ieri dal Consiglio. Azione di revisione del precedente Regolamento resa necessaria visto che «si prevede come la sovracapacità globale aumenterà di 721 milioni di tonnellate di acciaio entro il 2027». E questo porterà ad ulteriori effetti negati in Ue, che già al momento non se la passa bene, visto che si è registrata «una perdita senza precedenti di capacità produttiva pari a oltre 30 milioni di tonnellate dal 2018, un tasso di utilizzo degli impianti storicamente basso, che ha raggiunto il 67 % nel 2024 e la perdita di circa 30 000 posti di lavoro dal 2018».