Genova – Dallo Sciacchetrà nato sui vigneti a picco sul mare di Riomaggiore e affinato nelle acque a cinquanta metri di profondità, al mirto prodotto sulle alture del Monte Moro a Genova. I produttori di vini, liquore, olio e birre liguri si sono dati appuntamento per due giorni, ieri e oggi, a Palazzo Ducale per l’undicesima edizione di “Mare&Mosto-Le vigne sospese”. Un mondo, quello enologico, sempre più giovane e sempre più rosa: in Liguria i produttori sono circa duecento, con una percentuale in crescita di imprenditori under 40 e di sesso femminile. «Il vino delle nostre terre sta diventando sempre più di interesse anche fuori dai confini regionali - sottolinea Marco Rezzano, presidente ligure di Ais, l’associazione italiana sommelier - La nostra forza è la tradizione ma anche il cambio generazionale: oggi le aziende sono ringiovanite, l’età media dei produttori è tra i 40 e i 50 anni, ed è cresciuta la presenza femminile». Un esempio è Alice Lombardo, 40 anni a Ferragosto, titolare dell’azienda agricola Lombardi di Santo Stefano al mare e volto ligure delle Sbarbatelle, associazione che unisce le nuova generazione di produttrici under 40. «Siamo sempre più donne ad affacciarsi a questo mondo - racconta - ma c’è ancora tanto lavoro da fare per combattere la resistenza e la poca credibilità che ci viene assegnata. Quello tra le viti è un lavoro di fatica, spesso si incontra resistenza tra il personale e gli operai, per lo più stranieri, che non si fidano di una donna che li dirige. Ma noi resistiamo, sappiamo che il nostro contributo in termini di energia, competenza e capacità di unire la tradizione alla visione contemporanea del vino è fondamentale». La sua azienda, per esempio, nasce sui terreni in cui i nonni esercitavano l’attività di florovivaismo e oggi vede la produzione di 30 mila bottiglie di Vermentino, Pigato, Rossese e Granaccia. «I giovani che si sono affacciati a questo mondo non ne hanno mai stravolto il patrimonio storico - sottolinea il presidente di Ais Liguria - e questa è una fortuna: oggi avere vitigni tradizionali non contaminati regala un’attrattività crescente, perché si tratta di vini prodotti solo in Liguria». Un esempio è la bianchetta genovese, prodotta tra Moneglia e Genova e in passato classificata come vino da osteria o da damigiana. «Oggi invece è molto ricercato, soprattutto in Lombardia - racconta Antonella Pino, dell’azienda Pino Gino di Castiglione Chiavarese, una delle poche a produrla - È un vino semplice da bere ma difficile da dimenticare, per la sua piacevolezza, l’acidità e la bassa gradazione alcolica. Pensare che era un vitigno che si stava perdendo, noi dobbiamo ringraziare un piccolo vivaista che ha accettato di propagare le talee». La produzione resta limitata, come accade per molti vini liguri. Il moscato microfiltrato, per esempio, ma soprattutto il celebre sciacchetrà, diventato argomento di studio per i ricercatori universitari. «È la punta di diamante della produzione ligure - sottolinea Rezzano - Molto richiesto in Oriente, Cina e Giappone in testa, ma anche negli Stati Uniti e in Canada». Lo sa bene Samuele Heydi Bonanini, dell’azienda Possa di Riomaggiore, che ha recuperato la produzione che era stata abbandonata dalla nonna. «Sono cresciuto tra il profumo del mosto - racconta - e nel 2004 ho scelto di riprendere la tradizione di famiglia: come allora, vendemmiamo con l’aiuto della barca e sgraniamo a mano l’uva, chicco per chicco. La nostra è una microproduzione, il salto di qualità lo abbiamo avuto quando ho provato ad affinare le bottiglie in mare, a 52 metri di profondità. Il risultato? Vinitaly ci ha premiato come miglior passito d’Italia». Il connubio tra mare e vino del resto affonda le radici nel passato, quando il sistema di vinificazione mediterranea prevedeva lo stazionamento dell’uva in mare: «Oggi un progetto dell’Università studierà le differenza tra il vino prodotto sulla terraferma e quello affinato in mare, ma anche tra quello realizzato con l’uva che staziona sott’acqua e quello che ritorna negli abissi dopo essere stato imbottigliato- aggiunge Bonanini - Quattro vini diversi, valuteremo le differenze con i ricercatori». Senza dimenticare il valore sociale: una microproduzione - ribattezzata Sciacchetrà del migrante- viene realizzata con un progetto in collaborazione con la Caritas e la Fondazione Carispezia per dare una borsa lavoro a ragazzi stranieri. Dodici quelli che sinora hanno trovato lavoro in aziende del territorio. Ma oggi il mondo enologico in Liguria è in continua espansione: vini ma anche liquori, con la produzione di bevande impensabili sino a qualche anno fa. Come il Prebugin, il gin made in Santa Margherita Ligure, o il mirto selvaggio del Monte Moro prodotto sulle alture di Genova. «Si chiama Toulì, come lo stupore che abbiamo provato quando abbiamo visto le piante di mirto selvatico sui nostri terreni ma anche come la sorpresa di chi si trova ad assaggiare un mirto a chilometro zero - sorridono Matteo Corsi e Pietro Beccaro - Ha un profilo aromatico diverso da quello prodotto in Sardegna: qui l’estate è meno calda e l’inverno più piovoso. Il gusto è delicato e floreale. Siamo partiti con una produzione di mille bottiglie, negli ultimi tre anni è triplicata». I curiosi possono assaggiarlo, insieme a molte altre etichette, sino a stasera nella Sala del Maggior Consiglio, trasformata in una vetrina delle produzioni vitivinicole con più di 80 produttori in rappresentanza delle otto denominazioni liguri - Rossese di Dolceacqua, Ormeasco di Pornassio, Riviera Ligure di Ponente, Valpolcevera, Golfo del Tigullio-Portofino, Colline di Levanto, Cinque Terre e Colli di Luni - insieme ai produttori di Olio Dop Riviera Ligure. Ospite il Consorzio per la Tutela dei Vini Etna Doc. Il taglio del nastro, ieri mattina, ha visto la presenza dell’assessora comunale al Commercio Tiziana Beghin, dell’assessore regionale allo Sviluppo economico Alessio Piana e della Camera di Commercio. La due giorni ospita degustazioni, incontri e masterclass . Gran finale con il concorso Miglior Sommelier ligure 2026.—