Non esiste un erede unico della Democrazia cristiana: il suo patrimonio politico e culturale appartiene a una comunità diffusa. Spetta a chi vi si riconosce conservarne e aggiornarne i valori, secondo sensibilità diverse ma dentro una comune tradizione. La riflessione di Giorgio Merlo
Spesso si discute sulla concreta eredità politica di un leader di partito o, ancora di più, su quella di un intero partito. Eredità che molti comicamente si intestano senza rendersi conto di fare un’operazione ridicola. E cioè, non esistono quasi mai – salvo rarissime eccezioni – eredità politiche dirette ed oggettive. Semmai, al più, esistono persone e mondi che si rifanno ad un sistema di valori, ad una cultura politica, ad un magistero di un leader o statista e che cercano, seppur legittimamente, di interpretarne le linee di fondo.
Ora, per essere chiari ed entrare nello specifico, non c’è una persona, una componente politica, men che meno un partito o un’associazione che possa ritenersi a tutti gli effetti l’erede ufficiale – o anche solo ufficioso – dell’enorme e sterminato patrimonio politico e culturale della Democrazia Cristiana.
Lo dico perchè dopo una lunga stagione in cui abbondavano come ciliegie coloro che ritenevano la Dc sostanzialmente una sorta di associazione a delinquere o, nel migliore dei casi, un partito che praticava un sistematico e violento sistema clientelare se non addirittura mafioso per difendere il suo potere nella società italiana e nelle istituzioni, negli ultimi tempi assistiamo, sempre da parte di questi storici ed incalliti detrattori, ad una riabilitazione postuma dopo anni di dichiarata criminalizzazione politica esercitata nei confronti di un partito e della sua classe dirigente. Verrebbe quasi da dire, usando un linguaggio curiale, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “vocazione adulta” e anche tardiva.










