La cosiddetta “questione sociale”
Giorgio Merlo
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CARLO DONAT CATTIN, BETTINO CRAXI
Come tutti gli anni, anche stavolta ci siamo ricordati che ci sono articoli costituzionali – nello specifico l’art.1 e l’art. 3 – che da troppo tempo vengono disattesi, se non addirittura violati. Dalla politica, dal legislatore e da chi, di volta in volta, guida il nostro Paese. Ora, non si tratta, stupidamente, di scagliare la pietra contro il nemico politico di turno. Anche perché siamo davanti a una violazione, quella trattata dai succitati 2 articoli della nostra Costituzione, che coinvolge molti partiti, moltissimi governi e buona parte delle ultime classi dirigenti politiche. Perché lavoro non dignitoso, crisi e debolezza dei salari, crescenti disuguaglianze sociali e aumento esponenziale della povertà e dell’emarginazione, non possono essere affrontati, e possibilmente risolti, con gli strumenti desueti della propaganda, della demagogia o con le ricette del populismo anti politico nostrano. Questi sono temi che richiedono cultura politica, sensibilità sociale, preparazione e competenza di settore e, soprattutto, una vera e credibile progettualità politica. Senza questi ingredienti, la cosiddetta “questione sociale”, che poi si intreccia con le politiche dello sviluppo e della crescita, non riesce a essere adeguatamente affrontata. Certo, ci sono state stagioni politiche nel passato in cui questi temi, anche se si manifestavano con forme e modalità diverse rispetto alla fase politica contemporanea, hanno trovato partiti ed esponenti politici che erano autentici e qualificati interlocutori, nonché punti di riferimento. A cominciare, per fare un esempio storico, dalla sinistra sociale di ispirazione cristiana. Ovvero, la storica corrente della Dc che faceva capo prima a Giulio Pastore, poi a Carlo Donat-Cattin e infine a Franco Marini. Sinistra sociale democristiana a cui si aggiungevano, seppur con minor incisività politica, la sinistra socialista e alcuni, sporadici, pezzi della stessa storia comunista.








