Venivano da lontano, Afghanistan e Pakistan, avevano tra i 19 e i 29 anni, e lunedì scorso sono morti in modo atroce: bruciati vivi. Braccianti che si spezzavano la schiena nei campi per una paga che dovrebbe chiamarsi sfruttamento. È giusto indignarsi per le condizioni in cui lavoravano. È giusto parlare di caporalato, di filiere agricole che reggono sul sangue degli invisibili. È giusto, perché no, ascoltare chi vede nella loro presenza un nodo irrisolto, immigrazione, regole, risorse.

MA BISOGNEREBBE anche chiederci per cosa stavano vivendo. Nessuna carestia, nessun terremoto, solo cinque milioni di bambini e madri che muoiono di fame in Afghanistan, giorno per giorno, con la discrezione degna di chi non vuole disturbare i talk show occidentali. È quasi certo che ogni centesimo guadagnato nei campi quei ragazzi lo spendessero per salvare le loro famiglie, qui o là. I pochi euro riusciti a mandare dall’altra parte del mondo significavano far sopravvivere i propri cari un giorno in più.

Una convergenza di crisi ha tagliato fuori l’Afghanistan dal mondo, rendendolo un’isola di terra. La chiusura dei valichi pakistani di Torkham e Chaman, imposta da Islamabad per le tensioni con il regime talebano, aveva già soffocato la principale via commerciale del Paese. Poi è arrivato il blocco americano nello Stretto di Hormuz, e con esso è scomparsa anche l’ultima alternativa iraniana.