Riemerge lo spettro della paura quando sul palco di Rondine, durante il festival su pace e conflitto “YouTopic”, la scrittrice italo-palestinese Sarah Mustafa, la giornalista italo-israeliana Manuela Dviri, l’attivista palestinese fondatrice di Women of the Sun Reem Al-Hajajreh e la presidente del movimento israeliano Women Wage Peace Yael Admi condividono lo stesso palco. È la paura che si insinua nelle vite di chi condivide una terra insanguinata, di chi convive ogni giorno con il pensiero di perdere i propri figli, fratelli o mariti e di chi deve rielaborare lutti causati dal conflitto, sapendo di trovarsi davanti a una spirale di violenza non ancora interrotta.«La mia vita – dice, infatti, Reem Al-Hajajreh quando le vengono chieste le conseguenze del 7 ottobre 2023 – non è mai cambiata. Sono nata in un campo profughi, nel contesto da guerra allora già in corso. Lì mi sono laureata, mi sono sposata e ho costruito la mia famiglia». Il suo è il campo di Dheisheh, dove, vicino a Betlemme, vivono «16mila persone in mezzo chilometro quadrato». In quel fazzoletto di terra, dove c’è un «mix di scuole di pensiero e correnti politiche che vivono sotto una dura occupazione», ha capito che «invece di mettere pezze», anche come assistente sociale, era decisivo creare Women of the Sun, una «piattaforma», la chiama, che permette alle donne di potersi esprimere, lavorare, essere autonome e di formare «i nostri ragazzi, per evitare che possano essere trascinati da correnti che possano danneggiarli». È così che ha deciso di sottrarsi alle logiche della guerra, con «una resistenza fatta di dialogo» con l’altra “parte”, per portare «le nostre due élite politiche a sedersi al tavolo delle trattative, con la presenza – auspica – anche delle donne». Quelle palestinesi e quelle israeliane, impegnate «a lavorare in modo non sporadico, ma organico». A dirlo sul palco di Rondine sono Yael Admi, che a 12 anni ha perso il fratello maggiore a causa del conflitto, e Manuela Dviri, madre di un giovane morto a 20 anni in Libano nel ’98. Dopo 9 mesi, «il tempo di una gravidanza», fa notare Yael Admi, tra i due movimenti a supporto delle due donne, uno israeliano e l’altro palestinese, è nato un appello comune. È la “Mothers Call”, che da 7 anni chiama a raccolta uomini e donne di buona volontà, per prendere posizione contro la guerra «e dare un futuro ai nostri figli», dicono entrambe. Da allora, assieme a loro anche il mondo si è mosso: «Due mesi fa – racconta Yael – a Roma abbiamo marciato a piedi nudi per dire che sentiamo il grido della terra, ricoperta di sangue, mentre in altri Paesi 40 marce partivano in solidarietà con la nostra».Alle loro si unisce la voce di chi vive in Italia, ma in Medio Oriente ha lasciato metà della propria famiglia. È il caso di Sarah Mustafa, trasferitasi dal nostro Paese in un campo profughi della Giordania a sette anni per seguire il padre. «Sono passata da una vita di agi a un contesto povero – racconta, mentre parla dei diversi trasferimenti dei suoi parenti, cacciati da villaggi intorno a Hebron dopo la distruzione delle loro case –. Quando sono tornata in Italia per studiare Scienze politiche, mi sono resa conto del difetto che c’è nei nostri organi di informazione. Quei continui soprusi che i palestinesi subiscono, qui non vengono riportati». Vivere fuori da un contesto in conflitto, però, ha reso possibile anche per lei «quello che accade qui a Rondine», dice. All’università, l’amicizia con uno studente israeliano le ha permesso di ascoltare la narrazione del “nemico” e di trovare ascolto a sua volta. «Da allora – racconta –, ho iniziato a collaborare con chi, anche tra gli israeliani, vuole la pace». E a raccontare incontri come questi nei suoi romanzi – tra cui “Il giorno che non ti ho ucciso”, uscito per Feltrinelli –, per dire a tutti che remare nella stessa direzione è possibile.