Ci sono artisti che, quando smettono di occupare il centro della scena, iniziano lentamente a scomparire. E poi ce ne sono altri che semplicemente cambiano posto, come è accaduto a Paolo Meneguzzi. Quando risponde al telefono è appena rientrato dalla Sicilia, dove la sera precedente si è esibito davanti al pubblico che da oltre vent’anni continua a cantare le sue canzoni. Dall’altra parte della linea, però, non c’è un uomo impegnato a celebrare i trent’anni di carriera che ricorrono proprio quest’anno. Non c’è nemmeno l’ex teen idol che ha attraversato due continenti, conquistando prima il Sud America e poi l’Italia. C’è soprattutto un uomo che parla con l’entusiasmo quasi contagioso di chi ha appena iniziato qualcosa di nuovo. Quel qualcosa si chiama Fourteen. Un progetto nato sei anni fa insieme ad Alberto Meroni e che oggi punta a portare in Italia un modello ispirato al K-pop attraverso una serie televisiva Rai, una girl band e un universo narrativo capace di unire musica, social network e racconto audiovisivo. Un’idea ambiziosa. Forse persino rischiosa. Sicuramente controcorrente in un’industria che da tempo fatica a immaginare percorsi davvero nuovi. Eppure, più l’intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Paolo Meneguzzi procede, più Fourteen smette di essere soltanto un progetto: diventa una chiave. La chiave per entrare nella testa di un artista che, per la prima volta dopo molto tempo, sembra voler raccontare non tanto quello che ha fatto, quanto il motivo per cui lo ha fatto. Perché dietro il ragazzo che riempiva i palazzetti dei due mondi, dietro i dischi di platino, dietro le classifiche e dietro quell’etichetta di teen idol che per anni ha accompagnato il suo nome, c’è sempre stata una figura meno conosciuta: quella di un uomo che si è costruito da solo. Uno che sceglieva i suoni, i produttori, i ballerini, le copertine. Uno che progettava prima ancora di eseguire. Uno che ancora oggi soffre quando il proprio percorso viene liquidato come il risultato di un’operazione costruita a tavolino. E allora Fourteen diventa anche un modo per chiudere un cerchio. Perché Paolo Meneguzzi non nasconde di riconoscere in quelle ragazze una parte di sé. Non il cantante che era, ma il costruttore di sogni che è sempre stato. Nel corso dell’intervista si parla di musica, naturalmente. Ma si parla soprattutto di amore. Di quel bisogno quasi viscerale di dare e ricevere affetto che lui stesso individua come il motore nascosto della propria carriera. Si parla della malattia del padre, del momento in cui ha scoperto che la vita può cambiare direzione senza chiedere permesso. Si parla di una frase pronunciata da sua madre che ancora oggi considera decisiva: «O sei dentro o sei fuori». E si parla del tempo. Del tempo che passa. Del tempo che resta. Del tempo che, forse, è l’unica cosa che non si può recuperare. Per questo, quando si chiede a Paolo Meneguzzi perché abbia rifiutato reality show, programmi televisivi e occasioni che avrebbero potuto riportarlo stabilmente sotto i riflettori, la risposta arriva senza esitazioni: «Perché non volevo perdere tempo». È una frase che racconta molto più di qualsiasi bilancio di carriera. Perché forse la storia che emerge da questa conversazione non è quella di un artista che si è allontanato dalla scena. È la storia di un uomo che ha smesso di inseguire il personaggio per provare a proteggere la persona. E che oggi, paradossalmente, sembra più libero di quando era all’apice del successo.
Paolo Meneguzzi, l’intervista al cantante: “Non ho smesso di sognare e Fourteen ne è la provaˮ
Da Fourteen alla fama, dalla malattia del padre alla famiglia: il racconto sincero di Paolo Meneguzzi, un artista che ha scelto una vita diversa








