Le parole e la pittura, una laurea in legge e la mania per il jazz, l’odore cattivo della guerra e il successo quando non lo stai cercando: “Non mi sono mai preoccupato che qualcuno mi prendesse sul serio e forse ho fatto di tutto perché non accadesse”, dice Paolo Conte. Lo incontriamo nella sua Asti, per parlare di canzoni che hanno fatto la storia e quadri esposti in una mostra che gli sta a cuore

di Malcom Pagani - foto di Christopher Anderson per U

È grigia la strada ed è grigia la luce, un temporale fa dei grandi gesti grigi, è tutto grigio, il clima suo. Dietro la porta del pomeriggio, Paolo Conte appare, scompare e dopo riappare senza mai concedere il privilegio di farsi trovare. Arcane come certe amanti, le sue parole dicono e non dicono inseguendo pause, silenzi e memorie ondulate senza promettere fedeltà. Per un uomo che “si conosce troppo poco per capire chi è”, che non teme “di essere frainteso, ma di essere capito” e che incontrando uno spavento di felicità si è sposato una sola volta, cinquant’anni fa “in un paesino del Monferrato con non più di 30 invitati”, tutto il meglio è già qui, in un oceano di attimi divisi tra cani, settimane enigmistiche, studi legali così austeri da suggerirti la confessione e campagne in cui d’estate la paglia volteggia nell’aria gialla e d’inverno piove bene sugli impermeabili.