Chi si occuperà ora delle due sorelle di Beatrice, la bambina di Bordighera morta all’età di due anni per le botte e maltrattamenti subiti ad opera di una madre drogata e del crudele compagno di lei? Durante il martirio della loro sorellina le due bambine di nove e sette anni si sono date molto da fare per alleviare le sofferenze della sorellina ma anche per occuparsi della casa in assenza della madre che spesso le abbandonava sole, non soltanto di giorno ma anche di notte – con tutto quel bagaglio di paure e di “fantasmi” che la notte porta con sé! Preparavano i pasti, cambiavano la piccola, la medicavano, le somministravano le medicine quando stava male, tenevano i contatti telefonici con la madre. Come capita in quei casi in cui la madre è assente, malata, o impossibilitata per qualche motivo ad accudire i figli, è la sorella maggiore (a volte il fratello maggiore) a prendersi cura dei fratelli/sorelle minori tant’è che esiste nella letteratura psicologica il termine “sorella custode” ad indicare questa forma di assunzione di responsabilità familiari dovuta ad esigenze concrete di sopravvivenza. Il maggiore cerca di assolvere a tutte le incombenze, comprese quella di consolare e rassicurare i più piccoli. Ora che Beatrice non c’è più, ora che sono state loro a raccontare alla polizia le malefatte dei due aguzzini, quale sarà il loro destino? Difficile tornare dai genitori. Sono entrambi in prigione e la madre non è certo una figura protettiva. Ci sono dei nonni ma non nelle condizioni di poter occuparsene. È anche molto probabile che le bambine abbiano paura della madre e che non le perdonino i maltrattamenti che hanno portato alla morte della loro sorella più piccola. “Non potremo vederla da grande” pare abbiano detto, piangendo e rammaricandosi, durante l’interrogatorio della polizia. Se a loro sono state risparmiate le violenze fisiche e psicologiche subìte da Beatrice, ciò non significa che non abbiano subìto anche loro una grave forma di violenza. Assistere alle violenze nei confronti di un proprio familiare, a cui si è sentimentalmente molto legati senza potere intervenire in sua difesa è una forma di violenza (“violenza assistita”) che lascia ferite psicologiche non meno gravi di quelle lasciate dai maltrattamenti diretti. Una di queste è, per esempio, il rovello, sebbene del tutto ingiustificato, per non avere fatto di più e di meglio in suo aiuto. Chi prenderà in affido o in adozione le due bambine dovrà occuparsi anche di questa vicenda dolorosissima che loro hanno vissuto insieme. Utile sarà, alla nuova famiglia, il sostegno di uno psicologo/a. E, naturalmente, dovrà essere un’unica famiglia ad occuparsi di entrambe le sorelline. Separarle sarebbe un’altra grave forma di violenza. Sono state l’una il sostegno dell’altra, il polo affettivo a cui hanno fatto riferimento durante il calvario che hanno vissuto negli ultimi due anni e a cui continuano fare riferimento. È soltanto stando insieme che potranno curare man mano le loro ferite.
Ora non separiamo le sorelle di Beatrice
Chi si occuperà ora delle due sorelle di Beatrice, la bambina di Bordighera morta all’età di due anni per le botte e maltrattamenti subiti ad opera di una madre drogata e del crudele compagno di lei? Durante il martirio della loro sorellina le due bambine di nove e sette anni si sono date molto da fare per alleviare le sofferenze della sorellina ma anche per occuparsi della casa in assenza della madre che spesso le abbandonava sole, non soltanto di giorno ma anche di notte – con tutto quel bagaglio di paure e di “fantasmi” che la notte porta con sé! Preparavano i pasti, cambiavano la piccola, la medicavano, le somministravano le medicine quando stava male, tenevano i contatti telefonici con la madre. Come capita in quei casi in cui la madre è assente, malata, o impossibilitata per qualche motivo ad accudire i figli, è la sorella maggiore (a volte il fratello maggiore) a prendersi cura dei fratelli/sorelle minori tant’è che esiste nella letteratura psicologica il termine “sorella custode” ad indicare questa forma di assunzione di responsabilità familiari dovuta ad esigenze concrete di sopravvivenza. Il maggiore cerca di assolvere a tutte le incombenze, comprese quella di consolare e rassicurare i più piccoli. Ora che Beatrice non c’è più, ora che sono state loro a raccontare alla polizia le malefatte dei due aguzzini, quale sarà il loro destino? Difficile tornare dai genitori. Sono entrambi in prigione e la madre non è certo una figura protettiva. Ci sono dei nonni ma non nelle condizioni di poter occuparsene. È anche molto probabile che le bambine abbiano paura della madre e che non le perdonino i maltrattamenti che hanno portato alla morte della loro sorella più piccola. “Non potremo vederla da grande” pare abbiano detto, piangendo e rammaricandosi, durante l’interrogatorio della polizia. Se a loro sono state risparmiate le violenze fisiche e psicologiche subìte da Beatrice, ciò non significa che non abbiano subìto anche loro una grave forma di violenza. Assistere alle violenze nei confronti di un proprio familiare, a cui si è sentimentalmente molto legati senza potere intervenire in sua difesa è una forma di violenza (“violenza assistita”) che lascia ferite psicologiche non meno gravi di quelle lasciate dai maltrattamenti diretti. Una di queste è, per esempio, il rovello, sebbene del tutto ingiustificato, per non avere fatto di più e di meglio in suo aiuto. Chi prenderà in affido o in adozione le due bambine dovrà occuparsi anche di questa vicenda dolorosissima che loro hanno vissuto insieme. Utile sarà, alla nuova famiglia, il sostegno di uno psicologo/a. E, naturalmente, dovrà essere un’unica famiglia ad occuparsi di entrambe le sorelline. Separarle sarebbe un’altra grave forma di violenza. Sono state l’una il sostegno dell’altra, il polo affettivo a cui hanno fatto riferimento durante il calvario che hanno vissuto negli ultimi due anni e a cui continuano fare riferimento. È soltanto stando insieme che potranno curare man mano le loro ferite.











