L’organizzazione del Roma Pride, previsto per il 20 giugno, ha negato la partecipazione del carro dell’associazione Lgbtqia+ ebraica Keshet Italia per «non aver preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio in corso a Gaza ma, anzi, […] fare un non condivisibile distinguo lessicale». A quanto pare, la questione chiave è proprio la parola genocidio: un genocidio che, al momento, è ipotesi nelle prime fasi di istruttoria all’Alta corte di giustizia dell’Onu, mentre è escluso dall’impianto accusatorio della Corte penale internazionale contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant. Sembra che, invece, postulare che non solo vi sia stato un genocidio, ma che sia ancora “in corso”, senza dubbi o sfumature, sia il necessario requisito di accettabilità per accedere a spazi condivisi.

Tutto questo, mentre la repressione delle persone Lgbtqia+ continua ovunque, anche a opera di chi dice di rappresentare la causa palestinese. Che a Gaza, dove Hamas governava e nelle zone in cui ancora impone il suo regime, l’omosessualità sia vietata e le persone omosessuali imprigionate, torturate e assassinate è ampiamente noto. Ma anche in Cisgiordania la situazione è molto difficile: come risulta dal rapporto presentato dalla Ong Un Watch al Consiglio Onu per i diritti umani il 3 marzo 2021, pur non essendovi specifiche disposizioni di legge, le persone omosessuali subiscono violenze e intimidazioni tanto in ambito famigliare quanto da parte delle autorità e delle forze di polizia. Né sembra che la situazione sia destinata a migliorare: l’ultima bozza di costituzione della Palestina, approvata dall’Anp nel febbraio scorso, stabilisce che la Sharia è una fonte primaria del diritto (art. 4.2) e, anche se proclama la non discriminazione per genere, non fa parola dell’orientamento sessuale. L’articolo 59.1 stabilisce esplicitamente che «la famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna è l’unità primaria della società».