A meno un di mese dalla parata del 20 giugno, le polemiche tornano al centro del Roma Pride. Anche quest’anno il dibattito si riaccende su un nuovo terreno: non più soltanto sponsor e accuse di legami indiretti con Israele, ma il significato stesso della partecipazione alla manifestazione e i confini della parola «inclusione».

A far discutere è la decisione degli organizzatori di non autorizzare la presenza di un carro delle associazioni Lgbtqia+ ebraiche Keshet Italia e Keshet Europe (già assenti nel 2024 e fischiate nel 2025 per non avere aderito al minuto di silenzio per le vittime della Striscia di Gaza durante la parata). Una scelta, quella del Roma Pride, che ha riaperto una frattura che attraversa da tempo il movimento queer italiano.

Il Pride non è solo una festa: oltre alla parata c’è un’idea del mondo

«I CARRI SONO UNA RESPONSABILITÀ»

Il caso nasce da un incontro tra il coordinamento del Roma Pride e i rappresentanti delle due associazioni ebraiche. Poi, la nota ufficiale degli organizzatori: «Il Roma Pride ritiene che non vi siano le condizioni per la presenza di un loro carro in Parata». Gli organizzatori precisano che la partecipazione alla manifestazione resta aperta, ma distinguono tra presenza e carro. «I carri in parata sono, tuttavia, una prerogativa ma, soprattutto, una responsabilità politica dell’organizzazione. La bussola di una manifestazione politica è il suo documento e nel nostro la posizione del Roma Pride sul genocidio in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele è chiara».