Stonewall, giugno 1969. Non c’era nessun documento da firmare. Nessuna piattaforma politica da sottoscrivere. C’erano persone che ne avevano abbastanza e una notte hanno deciso di restare in strada invece di farsi portare via. Da quella notte è cambiato tutto.

Cinquantasette anni dopo, il Roma Pride ha comunicato che Keshet Italia non potrà partecipare con un proprio carro alla parata del 2026. Keshet Italia è un’organizzazione di ebrei LGBTQ+. Persone gay, lesbiche, trans, ebree. Non rappresentano nessun governo. Non rispondono di nessuna politica militare. Hanno chiesto di sfilare. Il Roma Pride ha detto no. Il motivo sta scritto nel comunicato ufficiale: Keshet non ha condannato il governo israeliano con le parole giuste. E qui arriva la parte che mi ha lasciato senza fiato, non per indignazione, ma per la freddezza con cui viene scritta una cosa simile. Nel comunicato stesso il Roma Pride afferma di saper “distinguere con chiarezza la differenza fra il governo israeliano e la comunità ebraica”. Una distinzione giusta. Condivisibile. Necessaria.

Poi esclude la comunità ebraica perché non condanna il governo israeliano. Nello stesso paragrafo. Con la stessa penna. Viene da chiedersi se questa coerenza sia stata applicata con lo stesso rigore ad altri. Se il Roma Pride abbia mai chiesto a qualche carro di condannare quello che succede a Gaza agli omosessuali. O quello che succede in Iran, dove vengono impiccati. O in Arabia Saudita, dove la legge prevede la fustigazione. Non risulta. Non è nei documenti. Non è nelle rivendicazioni. Solo a Keshet Italia è stato chiesto di qualificarsi politicamente prima di poter sfilare. Il Pride è nato per chi veniva cacciato fuori. Dai locali, dalle famiglie, dalle città, dalla vita. È nato come spazio di chi non aveva spazio. Trasformarlo in un partito con una linea da sottoscrivere non è una evoluzione, è una contraddizione che cancella le ragioni stesse per cui tutto è cominciato.