Il palestinismo radicale

Enrico Cerchione

Powered by

Il 26 maggio Keshet Italia ha lanciato con amarezza il comunicato: “Il Roma Pride esclude le persone ebree Lgbtqia+. Non c’è Pride se si escludono le minoranze”. Keshet, l’associazione ebraica Lgbtq+, è stata cacciata dal coordinamento e dal corteo. Il motivo, ormai nemmeno nascosto, è l’essere ebrei, anzi, “Ebrex” come da loro coniato ironicamente. Non è un incidente isolato. Durante i Pride 2025 la Stella di David è diventata bersaglio: insulti, saluti nazisti, gesti di pistola, oggetti lanciati, carri bloccati. Per sfilare bisognava superare il test anti-Israele, altrimenti eri “sionista” ed eri fuori. Keshet chiedeva un carro anche per ragioni di sicurezza dopo aggressioni sistematiche.

Questa esclusione è il frutto avvelenato del mix tra l’empatia suicida teorizzata da Gad Saad e il palestinismo ideologico che ha colonizzato gran parte del movimento arcobaleno italiano. Saad parla di un’empatia non moderata e sana, ma iperattiva e mal indirizzata: quella che lui definisce “empatia suicida”. Si tratta di un eccesso patologico di empatia che, pur di apparire virtuosa e moralmente superiore, spinge una comunità a voltare le spalle alla propria sopravvivenza, anteponendo il segnale di virtù al proprio istinto di autoconservazione, predisponendo alla morte della civiltà. In questo caso, l’empatia suicida si sposa con un palestinismo radicale, che trasforma la causa palestinese in una religione laica intoccabile, anche quando contraddice tutti i valori che il Pride dichiara di difendere.