C’è un’immagine che circola dal novembre 2023 e che, ogni volta che riappare, riapre la stessa ferita. Un soldato israeliano sorridente, in piedi sulle macerie di Gaza, regge una bandiera arcobaleno con la scritta “In the Name of Love”. La foto fu rilanciata anche dell’account ufficiale del governo di Israele con la didascalia: «la prima bandiera del Pride mai issata a Gaza». Quella fotografia è il punto di partenza, perché l’arcobaleno, quel rettangolo ideato da Gilbert Baker nel 1978 come gesto d’amore politico, in questi anni è stato ridipinto, sponsorizzato, minacciato ed esposto come una vetrina. Per questo vale la pena chiedersi a chi appartenga davvero e, oggi, chi lo rispetti davvero.Il Milano Pride 2026 perde sponsor: diminuiscono le aziende coinvolte, mancano partner storici e diverse multinazionali non compaiono nell’elenco ufficiale. A Roma, invece, esplode il caso Keshet Italia, associazione di ebrei Lgbtq+ esclusa dal Pride. Il punto non riguarda l’identità dei partecipanti, ma la mancata presa di posizione pubblica su Gaza. In una fase in cui una parte del movimento queer internazionale intreccia diritti civili, anticolonialismo e critica della violenza di Stato, silenzio e ambiguità vengono interpretati come complicità. Dall’altra parte, però, il Pride deve restare uno spazio centrale per tutte le persone Lgbtq+ e garantirne la rappresentazione. Torino segue una linea diversa: ospiterà l’EuroPride 2027 e da anni esclude i grandi sponsor adottando criteri etici più severi.Il punto è questo. Negli anni Dieci, al culmine del sostegno aziendale al Pride, molte imprese furono accusate dalla comunità Lgbtq+ di rainbow washing: loghi arcobaleno, collezioni a tema e vetrine colorate, ma poche tutele reali per le persone queer. Se tutto si riduce al marketing, l’accusa è legittima. Ma un’azienda esiste per generare profitto, non per fare beneficenza, e investe solo se prevede un ritorno, anche reputazionale. Aspettarsi un sostegno al Pride del tutto disinteressato, persino sul piano dell’immagine, significa ignorare le logiche del mercato, su questo l’ipocrisia ha fatto danni. C’è però un aspetto spesso rimosso. Per anni, dietro quei loghi colorati, ci sono stati manager che hanno difeso dentro le aziende una causa che molti consideravano solo un costo. Ridurre tutto al rainbow washing ha finito così per indebolire proprio chi cercava di cambiare le cose dall’interno. Oggi, in un contesto globale mutato, quegli stessi manager hanno meno spazio per difendere budget e partnership, e gli sponsor si ritirano.Il mese del Pride è iniziato e con esso la memoria, il rispetto e l’uso del rainbow. Il 20 aprile 2026 l’account ufficiale di Israele su X, gestito dal ministero degli Esteri, ha lanciato la campagna per Pride Land, festival Lgbtq+ appena concluso a Ein Bokek, sul Mar Morto. Presentato come «il più grande festival Lgbtq+ mai realizzato in Medio Oriente», l’evento puntava, secondo il Jerusalem Post, a rilanciare un turismo in crisi dopo la guerra a Gaza e il conflitto con l’Iran. Il Tel Aviv Pride, annullato nel 2024 e nel 2025, dovrebbe tornare il 12 giugno. Israele avrebbe investito ingenti risorse pubbliche per sostenere questa narrazione. Secondo uno studio pubblicato nel 2025 su EcoHumanism da Dalal Iriqat e Mahdi Owda, dell’Arab American University in Palestina, il Ministero del Turismo avrebbe destinato in passato fino a 88 milioni di dollari alla promozione del turismo queer. Già nel 2016 l’Aguda, organismo ombrello della comunità Lgbtq+ israeliana, minacciò di annullare la parata accusando il governo di rainbow washing. Da anni, quindi, il governo israeliano sembra usare il soft power Lgbtq+ come strumento reputazionale. Lo stesso schema pare riemergere altrove: l’11 maggio 2026 il New York Times ha pubblicato un’inchiesta su presunte ingerenze e irregolarità attribuite a Israele nel voto dell’Eurovision Song Contest, uno degli eventi più associati all’immaginario queer globale. Intanto aumentano le richieste di nominare esplicitamente la Palestina nei cortei del Pride. L’avvocata palestinese Rauda Morcos ha riassunto questa posizione in uno slogan ormai internazionale: «There is no pride in occupation». Nel volume Queer Palestine and the Empire of Critique (2020), Sa’ed Atshan descrive il rainbow washing come il meccanismo che presenta Israele come «paradiso gay» cancellando i palestinesi. Le proteste a Tel Aviv, in corso da mesi, mostrano che il dissenso verso il governo si è radicato anche in Israele, non solo in Palestina.Lo chiarisco subito, prima dell’obiezione prevedibile: in Palestina, come in gran parte del mondo arabo, le persone Lgbtq+ restano esposte a repressione, carcere, tortura e talvolta alla morte. È una realtà che gli stessi attivisti di alQaws e di Aswat denunciano da vent’anni, dall’interno della propria società. Ma questo non sposta il punto. Chi è tentato di liquidare tutto con il solito «eh, ma in Palestina ti impiccherebbero» si risparmi il commento. Denunciare una violenza non assolve un’altra. I crimini di guerra di uno Stato non cancellano l’omofobia di chi quello Stato lo subisce; gli abusi contro una comunità Lgbtq+ occupata non giustificano il bombardamento dei suoi ospedali. Sono piani distinti. Il «prima risolvete i vostri problemi» è una scorciatoia retorica antica: serve a evitare il problema che abbiamo davanti, mai a risolverne un altro. C’è poi un dettaglio giuridico che rende questa vicenda quasi kafkiana. In Israele il matrimonio non è materia civile, ma è affidato alle autorità religiose riconosciute: rabbinato ortodosso, autorità musulmane, cristiane e druse, e nessuna di esse celebra unioni tra persone dello stesso sesso. Dal 2006 la Corte Suprema riconosce, ai fini dell’anagrafe, i matrimoni omosessuali celebrati all’estero; per questo le coppie queer israeliane, per anni, hanno dovuto sposarsi fuori dal Paese e, per un periodo, persino online tramite lo Stato dello Utah per ottenere uno status civile. Il Paese che ha appena celebrato «il più grande festival Lgbtq+ del Medio Oriente» è anche quello in cui due donne o due uomini non possono sposarsi in casa propria.A questo punto resta una domanda: hanno senso iniziative legate al Pride promosse con tanta enfasi? Ha senso celebrare una parte della propria comunità arcobaleno, mentre – secondo l’Icc, l’Unhcr e decine di organizzazioni umanitarie – è in corso a poche miglia di distanza una campagna militare dai costi umani che la storia giudicherà? “Respect The Rainbow” significa restituire all’arcobaleno il suo peso specifico. Significa pretendere che le aziende che lo espongono ne sostengano il significato per i dodici mesi dell’anno. Significa rifiutare la coreografia di Stati che usano i sei colori come pubbliche relazioni mentre negano i diritti civili a casa propria. Significa, soprattutto, ricordare che l’arcobaleno appartiene a chi marciò a Stonewall una notte di giugno del 1969, a chi morì nelle epidemie di silenzio degli anni Ottanta e Novanta, a chi ancora oggi paga un prezzo quotidiano per esistere. L’arcobaleno è di chi ne porta il peso. Tutti gli altri sono ospiti. E gli ospiti, per un minimo di buon gusto storico, dovrebbero levarsi il cappello quando entrano in casa d’altri.
L’arcobaleno richiede rispetto: il caso dell’associazione ebraica Keshet Italia, esclusa dal corteo di Roma
Il punto, però, non riguarda l’identità dei partecipanti, ma la mancata presa di posizione su Gaza. In una fase in cui una parte del movimento queer internazion










