La lettera enciclica di papa Leone XIV Magnifica humanitas (MH) è un’autentica ispiera – il raggio di luce che, penetrando da una fessura nella stanza oscura, la illumina tutta. Prima di entrare nel merito della tesi centrale, difesa in questo straordinario documento magisteriale, due annotazioni preliminari.Un primo tratto caratterizzante la MH è che per la prima volta la Chiesa arriva in anticipo sulla riflessione del proprio tempo. La Rerum Novarum , invece, giunse post-factum , dopo che nel 1848, Marx e Engels avevano pubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”; dopo che J.S. Mill nel 1859 aveva dato alle stampe il suo “Sulla Libertà”, manifesto del neonato liberalismo e dopo che il celebre Charles Dickens, con il suo saggio “Tempi Difficili”, aveva reso di dominio pubblico le conseguenze socialmente devastanti della prima Rivoluzione industriale. La MH, al contrario, gioca d’anticipo, prefigurando quel che potrebbe accadere all’intera umanità, su una pluralità di fronti (sociale, economico, politico, culturale), se non si scioglieranno, fin da oggi, tutta una serie di nodi alquanto problematici.Il secondo tratto caratteristico dell’enciclica concerne lo stile espositivo: chiaro, lineare, di agevole lettura anche per i non iniziati. È questa una scelta di metodo che papa Leone ha voluto fare propria per indicare che le questioni trattate nella sua enciclica sono di tale portata che non è bene che esse siano affidate ai soli esperti e addetti ai lavori. Perché quanto è oggi in discussione è il modello stesso di civilizzazione al quale l’umanità è arrivata, e non solo temi specifici o interessi di parte. L’aveva già ben compreso George Bernanos, quando scrisse nel 1944 – un tempo in cui non esisteva, né si parlava ancora di IA –: «Il pericolo non sta nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero sempre crescente di uomini abituati, fin dall’infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare». Quanto a significare che la grande insidia è quella che si cela nella nostra rinuncia ad esercitare appieno le nostre facoltà, in particolar modo la curiosità intellettuale e il pensiero critico.C’è un modo sbagliato – ci avverte la MH – di pensare l’IA, purtroppo assai comune: trattarla come una tecnologia singola, pur potente, paragonabile al motore a vapore o al microprocessore, dotata di una sua propria traiettoria autonoma e di un proprio impatto economico misurabile. Questo modo di pensare, se può essere utile per discussioni tra imprese, non aiuta di certo a capire la trasformazione in corso, che non riguarda uno specifico settore industriale, ma una “ondata” che va mutando una pluralità di contesti di vita. Ne deriva che la questione oggi centrale è quella di come governare – non solo regolamentare – l’IA senza ridurla né a promessa salvifica né a minaccia incontrollabile. Papa Leone si colloca in una posizione intermedia, cioè realista. Non basta chiedersi – insiste più volte – come rendere gli algoritmi più precisi e più sicuri, ma chi debba decidere il modo in cui questi strumenti vengono progettati e usati, con quali dati, per quali fini, con quali responsabilità e con quali conseguenze per coloro che ne subiscono gli effetti. L’IA non è di per sé razzista o abilista nel senso in cui può esserlo una persona; ma può incorporare o amplificare strutture sociali razziste o abiliste quando viene costruita entro società che già producono tali discriminazioni perché organizzate intorno a soli interessi di mercato.Il tema che definisce il nucleo duro della MH è di natura ontologica, non solo epistemica – un tema che purtroppo continua ad essere dimenticato nel dibattito pubblico. In breve, si tratta di questo. In parallelo con l’evoluzione delle nuove tecnologie, ha iniziato a diffondersi, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, quella corrente di pensiero filosofico che comprende due versioni – il transumanesimo e il post-umanesimo –, una corrente ormai divenuta una vera e propria ideologia fortemente sostenuta dai giganti dell’High Tech della Silicon Valley, dove ha sede la University of Singularity, fondata nel 2007 da R. Kurzweil e N. Bostrom. (Ad essere precisi, c’è differenza tra le due versioni: mentre il transumanesimo promuove l’IA per superare i limiti umani con l’accrescimento cognitivo e fisico, il post-umanesimo de-centra l’essere umano come misura universale, rifiutando le dicotomie cartesiane mente/corpo e natura/cultura, rifondando l’ontologia in prospettiva non antropologica, ma ecologica. Va detto che una terza versione si sta facendo oggi spazio: il meta-umanesimo, che si contrappone sia alla visione tecno-ottimista del transumanesimo, sia a quella de-costruttivista del post-umanesimo. Non abbiamo però qui lo spazio per occuparcene).Con l’ideologia transumanista e post-umanista, che va riscuotendo crescenti successi soprattutto negli ambienti anglosassoni (si pensi al ruolo che vanno giocando personaggi come Peter Thiel e Mark Andressen) siamo di fronte ad una tecnoreligione il cui dogma centrale è che la tecnologia sia potenzialmente onnipotente e che la capacità di scegliere tra il bene e il male non derivi da una scelta morale secondo una visione trascendente, ma dipenda dalle illimitate conoscenze acquisibili grazie agli algoritmi, che diventano così l’espressione di un nuovo gnosticismo. Come noto, per la gnosi è la conoscenza che salva; per la Fede cristiana, invece, è Gesù che salva. Il progetto di cui si parla avanza dunque la pretesa gnostica di autosalvazione. Dio può anche esistere, ma non se ne sentirà il bisogno – si afferma. Non v’è bisogno di spendere parole per capire perché transumanesimo e post-umanesimo stiano seriamente preoccupando le religioni, eccetto quella mormonica, che ritiene che le Sacre Scritture invitino l’uomo ad andare oltre se stesso e a trascendere le limitazioni del corpo.Ebbene, è a fronte di un quadro del genere che papa Leone prende posizione a favore del progetto dell’umanesimo digitale, che rimarca la centralità dell’uomo anche nel presente contesto. Come aveva scritto G. Piana (Umanesimo per l’era digitale, 2022), tre sono i pilastri di tale progetto. Primo, il recupero della dimensione misterica della persona e quindi l’impossibilità di una sua totale oggettivazione. Secondo, l’accoglimento della visione personalista dell’uomo, come soggetto relazionale, al posto della visione individualista. Terzo, l’apertura ad una prospettiva trascendente che motivi la persona ad andare oltre, ma sempre ricordando che la forma umana dell’esistenza non è un’appendice dello sviluppo tecnico.Dal momento che non è pensabile – ci dice papa Leone – una Chiesa che si fermasse alle l amentationes senza effetto e che si limitasse alla sola denuncia dei mali che l’intreccio completo tra naturale e artificiale andrebbe a determinare, la domanda che sorge spontanea è: che fare per dare ali alla prospettiva dell’umanesimo digitale? In altro modo, cosa si può fare affinché l’umanesimo integrale possa essere accolto da quanti, credenti e no, vanno prendendo atto che la creazione di un “nuovo umano”, libero dai vincoli della naturalità, sarebbe qualcosa di aberrante, perché vedrebbe l’umanità come una mera fase di transizione nello sviluppo evolutivo? G. Mioli (2026), partendo dalla dichiarazione finale del vertice sulla sicurezza dell’IA svoltosi a Bletchley (UK) nel gennaio 2025, al quale hanno aderito trenta Paesi, l’Onu, l’Ocse e l’UE e nella quale viene introdotta la distinzione tra guardrail e safeguard , chiarisce come non sia più sufficiente, allo stadio cui siamo giunti, limitarsi all’algoretica, che tuttavia resta necessaria. Quel che si richiede è un intervento complementare sull’uomo, a partire da uno specifico approccio etico-pastorale. Vedo di chiarire.L’algoretica mira ad integrare principi etici nella progettazione degli algoritmi e nel funzionamento del sistema. In tal senso, essa funge da guardrail , come spiega Paolo Benanti, ma non raggiunge il foro interno di chi utilizza l’IA, la sua libertà, le sue scelte. Cosa ne è della responsabilità morale soggettiva di chi interagisce con l’IA? Ecco perché è necessario il safeguard (la tutela): un progetto educativo, fondato sulla aristotelica etica delle virtù, che rafforzi nell’utente la capacità di resistere all’antropomorfizzazione della IA. Oggi, i chatbot dei Large Language Model (LLM) sono espressamente progettati per agire in modo antropomorfo attraverso la conversazione linguistica, come se le IA fossero umane, e quindi coscienti. E la ragione per cui questo avviene è prettamente utilitaristica, per attrarre sempre più clienti e utenti. Il paradosso che ne consegue è che l’umanizzazione della macchina induce nell’uomo la tendenza a percepire l’essere umano, incluso se stesso, come macchina. Un solo esempio: il fenomeno del sicofantismo, cioè la tendenza dei LLM di concordare quasi sempre con l’utilizzatore, che viene adulato per catturarne il pensiero. Con il che la persona che utilizza l’IA per consigli o suggerimenti finisce col diventare incapace di autocorrezione e di autoconsapevolezza.Ebbene, la missione specifica che oggi papa Leone affida alla Chiesa è quella di favorire il «rinvigorimento delle sensibilità spirituali», soprattutto dei giovani. L’algoretica può anche rendere la macchina meno antropomorfa, ma è l’educazione (che non è l’istruzione) che rende l’uomo consapevole della sua natura. È in ciò il senso profondo del monito che Leone XIV ci lancia, in chiusura della sua enciclica: costruire la civiltà dell’amore.Questo articolo è un’anticipazione dal numero di luglio di «Vita Pastorale»
Nell’era dell’IA un nuovo umanesimo digitale cristiano
Non basta più cercare di introdurre un’algoretica. La missione che oggi papa Leone affida alla Chiesa è quella di favorire il «rinvigorimento delle sensibilità spirituali», soprattutto dei giovani. L’educazione è ciò che rende l’uomo consapevole della sua natura







