E l’algoritmo si fece carne. Sebbene gran parte dei 245 paragrafi dell’enciclica di Papa Leone, a cominciare dal titolo e dall’aggettivo, Magnifica, siano dedicati alla Humanitas, in ogni risvolto e riga del testo si avverte una forte, precipua preoccupazione per la Divinitas: il Dio trascendente, sfidato a morte da un competitor immanente, onnipotente, onnisciente, che ambisce a prenderne il posto e scalare il cielo, portando a compimento e destinazione il mito-tabù della torre babelica. E insidiando il futuro, anzi già ora il presente, della Chiesa: la sua esistenza e sopravvivenza nonché ragion d’essere.

“Chiedo a tutti di fermare l’ennesima Babele”, dichiara esplicitamente Leone nell’incipit con un appello alla resistenza, connotando, al di là dell’apparenza, l’appartenenza seriale, anche se con potenza inedita, della sfida. Una tenzone che si può riassumere nel duplice, contrapposto intento dell’algoritmo, di farsi dio, e del Verbo, viceversa, di attualizzarsi e incarnarsi nel web: “Dobbiamo considerare il mondo digitale come un nuovo continente da evangelizzare”.

Previdente ma non provvidente: nonostante le proprie sofisticate capacità predittive, l’algoritmo non immaginava che ad accettare la sfida fosse un pontefice con Bachelor in Matematica, combinazione senza precedenti nella sequenza dei 267 successori di Pietro. Così come i profeti digitali dell’intelligenza artificiale, che dai laboratori della Silicon Valley ai data center della virginiana contea di Ashburn diffondono l’annuncio della nuova creazione, non si aspettavano l’avvento di un rivale autoctono e universale, nella persona dell’American Pope, primo nella bimillenaria cronologia dei Vicari di Cristo, che dalla Galilea delle Genti ai Monti della Giudea indicano il cammino dell’unica redenzione, tracciato nel tempo dal dito divino.