di

Chiara Severgnini

«Maus ha aperto una strada, ma Persepolis l’ha fatta diventare un’autostrada», sintetizza Matteo Stefanelli, fondatore del portale specializzato Fumettologica e docente alla Cattolica di Milano

Persepolis, il capolavoro di Marjane Satrapi, è tante cose insieme. Preziosa testimonianza della vita nell’Iran post-rivoluzionario, struggente romanzo di formazione, intenso memoir al femminile, caposaldo della letteratura contemporanea (48esimo nella classifica dei 100 libri migliori del 21esimo secolo secondo il New York Times). Ma è anche, prima di tutto, un fumetto. Anzi, è tra i fumetti che hanno cambiato il fumetto. «Maus ha aperto una strada, ma Persepolis l’ha fatta diventare un’autostrada», sintetizza Matteo Stefanelli, fondatore del portale specializzato Fumettologica e docente alla Cattolica di Milano. «L’opera di Art Spiegelman è la miccia che ha fatto esplodere l’idea di un nuovo oggetto editoriale: il fumetto di formato libresco e di ambizione letteraria. Ma è stato Persepolis a dimostrare quanto si poteva fare con questo oggetto editoriale. E, così facendo, ha allargato il pubblico del fumetto».

Satrapi, con quest’opera, ha bucato la bolla dei cultori dei comics, raggiungendo anche chi fino a quel momento si era limitato a sfogliarli, magari con sufficienza. Raccontando la storia del suo amatissimo Paese, la violenza oppressiva della Repubblica islamica, ma anche la sua giovinezza ribelle e tormentata, ha costretto tutti a prendere la nona arte sul serio. E ha attraversato, da protagonista, una transizione decisiva: quella da un’industria del fumetto basata sulla pubblicazione di storie a episodi, a un’industria fondata sulla pubblicazione di volumi, spesso chiamati "graphic novel". «Accadde anche al già citato Maus, ma anche a Palestina di Joe Sacco, al Ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller e a Watchmen di Alan Moore», spiega Stefanelli. «Ma, volendo guardare ancora più indietro, lo stesso succedeva alla letteratura britannica a metà 800».