L’Italia arriva tardi rispetto ai partner, ma ha l’opportunità di imparare dalle loro esperienze. Al di là dei contenuti che si sceglieranno di privilegiare, e del modello che si sceglierà di adottare, essenziale sarà far sì che la Ssn possa effettivamente funzionare come una “cornice condivisa” entro cui le politiche della sicurezza nazionale possano convergere e integrarsi. L’analisi di Antonino Alì, professore di Diritto internazionale all’Università di Trento e Niccolò Petrelli, ricercatore in Storia delle relazioni internazionali, Luiss Guido Carli
Con il Dpcm del 22 aprile 2026 l’Italia ha risolto un problema istituzionale che si trascinava da decenni: l’art. 5 definisce la struttura della futura Strategia di sicurezza nazionale (interessi e obiettivi, politiche e strumenti, gestione delle crisi) e fissa il processo di adozione, il ciclo triennale di aggiornamento e la supervisione del Copasir. In poche parole un “contenitore” per la Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN) del nostro Paese finalmente c’è; resta tuttavia la domanda più difficile: come riempirlo? L’esperienza dei principali alleati offre modelli utili e qualche avvertimento.
Tra il 2023 e il 2025 Regno Unito, Francia e Germania hanno pubblicato o aggiornato i propri documenti di sicurezza nazionale, rivelando convergenze importanti ma anche differenze profonde legate alla storia, alla cultura strategica e al sistema istituzionale di ciascun Paese. L’Italia, unico tra i paesi europei a non aver mai redatto un documento unitario, ha compiuto un passo significativo con il Dpcm del 22 aprile 2026, che pone le basi procedurali per la prima Strategia di sicurezza nazionale (Ssn) integrata.








