Il decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) firmato da Giorgia Meloni lo scorso 22 aprile ha colmato un vuoto formale che durava da decenni: il governo italiano si impegna per la prima volta ad adottare una strategia di sicurezza nazionale con cadenza almeno triennale. Ma un decreto che istituisce un obbligo non è ancora la strategia. Palazzo Chigi dovrà ora scrivere il documento. Vale la pena guardare a cosa hanno fatto gli altri partner del G7, considerato che l’Italia è oggi l’unico membro del club a non avere un documento strategico. Gli altri sono molto diversi tra loro per forma, lunghezza, ambizione e, soprattutto, per il grado in cui riflettono una vera elaborazione strategica anziché una narrazione governativa.
Il modello britannico
La National Security Strategy 2025 del Regno Unito, pubblicata un anno fa dal governo Starmer con il titolo “Security for the British People in a Dangerous World”, è il documento più articolato del gruppo e offre la migliore architettura di riferimento. Parte da un presupposto metodologico preciso: la strategia non gestisce rischi, ma definisce una postura. Il documento identifica tre componenti distinte e interdipendenti – sicurezza interna, proiezione esterna e capacità sovrane e asimmetriche – e le sviluppa in modo organico. L’impegno più significativo è l’annuncio – nelle ultime settimane al centro della contesa politica – di portare la spesa per la sicurezza nazionale al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, cifra che ingloba difesa, intelligence, resilienza e sicurezza interna. L’elemento più rilevante per chi scrive un documento del genere per la prima volta è che il documento strategico britannico non si limita a elencare minacce: le gerarchizza, le attribuisce e ne trae implicazioni operative concrete. La Russia è identificata come la minaccia più acuta e immediata, la Cina come la sfida strutturale di lungo periodo. Il documento parla esplicitamente di «era di incertezza radicale» e prescrive un cambio culturale nel governo, verso una maggiore propensione al rischio calcolato e alla difesa degli interessi nazionali.






