Ogni volta che una tragedia colpisce il mondo del lavoro agricolo, il Paese si riscopre indignato. Si invocano controlli, arresti, più severità. È giusto. Ma non basta. È accaduto ancora una volta nelle ultime settimane. E come già successo troppe volte in passato, il rischio è che, terminata l'emozione del momento, il tema scompaia dal dibattito pubblico fino alla prossima tragedia. Il caporalato non è un'emergenza. È un fenomeno strutturale. E come tutti i fenomeni strutturali richiede risposte strutturali.

I dati ci dicono che il problema non riguarda soltanto la criminalità organizzata o l'immigrazione irregolare. Riguarda il modello economico che sostiene una parte importante della filiera agroalimentare italiana.

Il rapporto "Made in Immigritaly", promosso da Fai Cisl e Confronti e presentato recentemente alla Camera dei Deputati, certifica una realtà che troppo spesso la politica preferisce ignorare. L'agricoltura italiana dipende in misura rilevante dal lavoro delle persone immigrate.

Sono circa 362 mila i lavoratori stranieri regolarmente occupati nelle campagne italiane. Essi garantiscono il 31,7% delle giornate lavorative complessive del settore. In pratica, quasi una giornata di lavoro agricolo su tre è svolta da un lavoratore immigrato. In alcune regioni il loro contributo è decisivo. In Lombardia lavorano oltre 60 mila addetti stranieri. In Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e in molte aree del Mezzogiorno intere filiere produttive non riuscirebbero a reggere senza il loro apporto.