Questa settimana dedichiamo la copertina al fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori extracomunitari che dopo il loro arrivo in Italia, sia col decreto flussi che in modo clandestino, cadono vittime di reti criminali. L’ultimo episodio che ha riportato alla ribalta questa economia dello sfruttamento è stato la strage di Amendolara, dove quattro braccianti agricoli (tre afghani e un pakistano) sono stati bruciati vivi all'interno di un minivan, puniti perché rivendicavano i loro diritti.L’inchiesta de L'Espresso mostra con chiarezza come i problemi comincino già nei Paesi di partenza, nelle reti di mediatori che vendono documenti e promesse per continuare poi nelle pieghe del decreto flussi, nato per governare l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri e finito troppo spesso per alimentare nuovi traffici illeciti. Sulla carta ci sono assunzioni, contratti, sponsor ma nella realtà ci sono spesso debiti di 10 o 15 mila euro, persone che arrivano in Italia e scoprono che il lavoro promesso non esiste, o esiste soltanto al prezzo dell’obbedienza assoluta. Chi ha pagato per partire deve restituire quel denaro. E quando sei indebitato, straniero, isolato, magari in attesa di un permesso, la libertà diventa un lusso.Così nascono gli invisibili. Lavoratori che raccolgono il cibo che arriva sulle nostre tavole e che tuttavia non hanno voce, tutela e rappresentanza effettiva. Uomini e donne sospesi in una terra di nessuno: troppo utili per essere respinti, troppo deboli per essere protetti. Alcuni arrivano a chiedere asilo politico per necessità, perché il visto per lavoro si è rivelato una trappola, e quella domanda diventa l’unico modo per prolungare la permanenza. Intanto vivono nei ghetti, lavorano in nero, subiscono minacce, violenze, umiliazioni.La legge contro il caporalato esiste da dieci anni. Ma da sola non basta. Reprime dopo, non previene prima. Mancano ispettori, mancano controlli lungo l’intera filiera, manca un luogo pubblico e trasparente dove domanda e offerta di lavoro possano incontrarsi senza mediatori criminali. Manca soprattutto la volontà politica di cancellare questa forma di sfruttamento. E pesa, in queste settimane, anche il silenzio delle istituzioni. Il 2 giugno, mentre la Repubblica celebrava sé stessa come fondata sul lavoro, non ha trovato parole adeguate per quattro lavoratori assassinati. Eppure è proprio qui che si misura la tenuta morale di una democrazia: nel modo in cui riesce a tutelare anche i più deboli.A loro (decine di migliaia nel solo agroalimentare), dedichiamo il nostro titolo di copertina “Uomini o caporali” (che si ispira a un celebre film di Totò). Un titolo che deve coinvolgere la politica che finge di non vedere, le imprese che scaricano responsabilità, la distribuzione che impone il sottocosto, ma anche noi consumatori che d’ora in poi non dobbiamo pretendere solo la tracciabilità biologica, ma anche quella etica che comprende il rispetto delle norme che regolano il mercato del lavoro per chi quel prodotto raccoglie.Se Amendolara resterà soltanto un orrore da commemorare, avremo già scelto da che parte stare. Se invece sapremo trasformare questa ferita in una svolta politica, civile e morale, allora quei quattro ragazzi non saranno morti soltanto dentro una pagina di cronaca.
Tracciabilità etica dell’intera filiera contro chi sfrutta
L’indignazione per la strage di Amendolara non basta. Se politica e cittadini non fanno la loro parte







