Milano – “Siamo due gocce d’acqua perse nell’oceano, però un’altra isola basta a fare un arcipelago, è una sfida ad oltranza persa col telefono...” canta Willie Peyote nell’ultimo singolo “Kodak” che presenta nello studio di “Sondcheck”, il format musicale del nostro giornale disponibile pure su sito web e social, assieme alle altre istantanee di “Anatomia di uno schianto prolungato” sesto capitolo di una discografia varata tredici anni fa. “Mi sono lasciato affascinare da questa idea di un titolo un po’ vintage che richiamasse un po’ quelli di Lina Wertmüller o di Elio Petri; che evocasse gli umori di quel quel tipo di cinema italiano”, dice l’artista torinese, al secolo Guglielmo Bruno, classe 1985. “Oppure quello dei romanzi di Gabriel García Márquez tipo ‘Cronaca di una morte annunciata’. Insomma, mi piaceva quest’idea del titolo lungo capace di evocare un’idea impossibile, perché uno schianto è uno schianto e, tecnicamente, non può essere prolungato”.
Una contraddizione in termini.
“Per raccontare un un periodo così pieno di contraddizioni, mi piaceva l’idea di un titolo che si contraddicesse. Poi la scelta della parola ‘anatomia’ è dovuta questa sensazione che tutto stia finendo, il crollo delle ideologie, la fine del sistema capitalistico, ma anche il fatto che sono entrato in una stagione della mia vita in cui sono chiamato a confrontarmi per la prima volta con l’idea di deperimento anatomico perché, superati i 40, non si va di sicuro a migliorare la propria condizione fisica. Lo dico con grande leggerezza, ma è una è una constatazione. Una stagione nuova della vita. Quindi, mi piaceva l’idea di mettere vicino la caduta del sistema insieme alla caduta umana”.








